La chiesa di Santa Maria la Bruna e l’antico Casale di Lanciasino

Annunziata Buggio

 

La chiesa di Santa Maria la Bruna, sita al confine dei quartieri di Secondigliano, Arzano e Casavatore, fu l’edificio rinascimentale di culto più importante dell’antico Casale di Lanciasino. Abbandonata, degradata, è un monumento con oltre 500 anni di storia del tutto ignorata.

 

La chiesa di Santa Maria la Bruna, rappresenta per i tre quartieri confinanti, quali antichi Casali di Napoli, Secondigliano, Arzano e Casavatore, una forte testimonianza storica e artistica dell’antico culto mariano che si praticava in età rinascimentale e che inglobava l’originario villaggio e poi Casale di Lanciasino, la cui storia è del tutto ignorata o poco nota.

 

Maggio è il mese mariano per eccellenza e a Napol esistono molte chiese dedicate al culto di Maria e ognuna con la sua devozione: Santa Maria della Catena, Santa Maria di Piedigrotta, Santa Maria la Nova, Santa Maria del Carmine, Santa Maria delle Grazie, Santa Maria della Neve e così via; ma ancora più sentito è il culto dedicato a Santa Maria la Bruna che rimanda alla Vergine Maria del Monte Carmelo detta “La Bruna” in riferimento all’icona scura, ovvero il dipinto su tavola, opera di scuola toscana del XIII secolo, custodita nel Santuario del Carmine Maggiore in Piazza Mercato.

 

Della fondazione della chiesa di Santa Maria la Bruna di Lanciasino si conosce davvero poco; attualmente, come si può notare imboccando via Cassano a ridosso della rotonda di Arzano, è diventata un simbolo di degrado e di incuria e versa in un desolante stato di abbandono da molti anni, circondata da rifiuti ingombranti che si accumulano sul perimetro stradale, «protetta» solo da una bassa cinta muraria di sostegno.
La chiesa è al centro di vari progetti e tentativi di recupero e di valorizzazione da parte di associazioni del territorio ed enti preposti, progetti caduti molto spesso nel dimenticatoio e che non hanno trovato una voce.
La chiesa risulta essere un sito di interesse storico- artistico, l’unica testimonianza architettonica di stile rinascimentale del quartiere di Secondigliano, che tra appelli lanciati, articoli e servizi mandati in rete, e le richieste dei cittadini di salvare questo patrimonio, per ora tutto è fermo.
Etichettato semplicemente come «rudere» resta un testimone infelice di un passato importante.

 

Sulle origini della chiesa di Santa Maria la Bruna, si trovano pochi documenti e datati dal 1515 in poi, anche se le sue fondamenta risulterebbero più antiche, sorte molto probabilmente sui resti di un tempio pagano che giaceva nell’antico villaggio medioevale di Lanciasino, di cui si ha notizia dalla XV indizione tenuta nell’anno 47 (più probabilmente nell’anno 41°, ossia il 1017) degli imperatori Basilio II Bulgaroctono e Costantino VIII. [fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_la_Bruna_di_Lanciasino].

 

Il villaggio di Lanciasino, probabilmente deve il suo nome alla forma dialettale «Lancia in seno» in riferimento al culto della Madonna Addolorata, il cui tema iconografico mostra una o più spade che trafiggono il cuore della Vergine.
Lanciasino fu un piccolo e tranquillo centro abitativo indipendente dedito all’agricoltura e alla raccolta e alla lavorazione del lino e del cotone che fu aggregato al vicino Casale di Secondigliano. Su questo antico villaggio si sviluppa oggi il Rione dei Fiori.

 

 

La cinquecentesca chiesa di Santa Maria la Bruna, pur essendo di piccole dimensioni, fu un vigoroso luogo di culto per gli abitanti dei casali limitrofi, centro aggregativo per le famiglie e meta di pellegrinaggi mariani per molti secoli, attiva fino agli anni ”60.
Successivamente nel 1978 la Curia di Napoli, la sconsacrò la vendette per 10 milioni di lire, cedendo l’edificio ad un privato che lo adoperò come deposito. E da lì a poco, lo scempio.
Il luogo cadde in disuso e fu rifugio dei senza fissa dimora, prostitute e tossicodipendenti, e divenne in breve tempo una discarica illegale a cielo aperto.

 

Nell’aprile del 1997, a seguito di numerose denunce da parte di associazioni, di comitati e istituzioni impegnati nel recupero del sito e supportati dalla stampa locale, l’ufficio centrale per i beni archeologici, artistici e storici, intervenne con un decreto ai sensi della legge 1939 n° 1029 sulla tutela delle cose di interesse storico-artistico.
Nonostante l’arrivo del decreto, la situazione della chiesa riconosciuta come «monumento» non è migliorata, anzi.

 

Dell’antico splendore della chiesa di Santa Maria la Bruna resta ben poco: si nota la facciata in pietra che conteneva un bellissimo rosone ormai caduto, una nicchia classica che probabilmente ospitava un affresco, due archi, uno a lato che affiancano il portone d’ingresso; si regge miracolosamente in piedi il campanile in stile rinascimentale costruito a tre livelli, le cui campane furono (come altre opere) trafugate.
All’interno l’incuria e il degrado hanno fatto il loro corso: leggendari erano i pavimenti policromi, fiore all’occhiello della navata, che sono stati fortemente danneggiati a causa dell’acqua piovana che penetra da ogni apertura e dalle finestre monofore; come pure l’immagine della Madonna Bruna, gli angeli e il pulpito in marmo di pregevole maestria, hanno subito l’erosione della natura, annerendo per buona parte e inghiottiti dall’umidità che ha reso questo luogo irriconoscibile, inospitale per l’uomo ma accomodante per le erbacce.
Le decorazioni del soffitto e alcuni capitelli in marmo, riversano a terra creando una poltiglia polverosa e vischiosa che ricopre per intero il pavimento. Ornamenti e arredi furono rubati.

 

Insomma la situazione è davvero vergognosa e si auspica che un giorno, uno dei tanti progetti fermi in cantiere, possa prendere vita, valorizzando il luogo, renderlo sicuro e restituire alla comunità un patrimonio di cui è stato ingiustamente privato.

 

Tra le leggende popolari (non accertate) che sussistono sulla chiesa si raccontano due curiosità: la prima riguarderebbe il ritrovamento di numerose ossa poste in uno squarcio del pavimento, probabilmente una cripta o un ossario comunale; infatti si narra che da lì provengano sibili di anime purganti che chiedono una degna sepoltura. Suggestione del vento che echeggia nell’edificio?

 

L’altra curiosità è legata ad una vicenda storica, e richiama alla memoria la triste sorte di Corradino di Svevia. Si racconta che tra le benefattrici della chiesa di Lanciasino (forse in qualche archivio è riportato) vi fosse la madre del giovane principe, Elisabetta di Baviera devota a Santa Maria la Bruna, la «Mamma del Carmine» provata dalla terribile morte del figlio, avvenuta il 29 ottobre del 1268 in Piazza Mercato.

Fonte:

http://web.tiscali.it/silvanagiusto/csl/cenni_beni.htm

https://unavocepersecondigliano.blogspot.com/2016/10/secondigliano-perduta-chiesa-lanciasino.html

https://vocepersecondigliano.wordpress.com/2016/04/14/la-secondigliano-abbandonata-10-luoghi-da-rimettere-a-nuovo/



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