L’ orologio di Piazza Vanvitelli: storia di un quartiere e della sua stella polare

Sveva Di Palma

 

L’orologio di Piazza Vanvitelli si erge, a memoria di millennial o baby boomer, al perfetto centro del Vomero da sempre. La sua figura rassicurante, riconoscibile è diventata quasi parte della nostra grande famiglia, come se fossimo venuti tutti al mondo insieme: la piazza, noi e lui.

Proviamo a spiegare questo strano fenomeno di familiarizzazione con un oggetto inanimato.

 

 

La bussola, si sa, indica sempre il Nord. Un apparecchio ingegnoso, affidabile che aiuta l’uomo – disorientato per natura – a trovare la direzione giusta per giungere alla sua meta.

L’uomo che non ha il Nord a portata di bussola, come fa ad orientarsi, a trovarsi? Si affida al mondo naturale e al cielo stellato, cercando la stella polare: anche lei indica la via, il Nord.

 

E come si faceva prima dell’avvento della “bussola” di noi avventurieri cittadini della jungla urbana, ovvero il cellulare? Come si prendeva un appuntamento con amici, o con una persona speciale? A riconoscere un luogo? La risposta è semplice: si usava un punto di riferimento. La nostra stella polare, prima del cellulare, prima del GPS, era un palazzo particolare, un negozio, o – come per molti napoletani – un orologio.

 

L’orologio di Piazza Vanvitelli, stoico e storico osservatore di primi baci, appuntamenti impacciati, litigi, ricongiungimenti, è stato il punto di riferimento di generazioni, un vero attore della nostra vita culturale e sociale. 

 

In pochissimi, tuttavia, si sono chiesti quale potesse essere la sua storia, il suo punto di vista.

 

Scopriamo, andando indietro nel tempo, cercando nella storia della città oltre che in quella dell’orologio, che il punto di vista di cui parliamo è molto più vecchio (e forse saggio) di quanto credessimo. Come l’ultimo Re di una nobile e antica stirpe, il nostro orologio è uno dei 12 discendenti  rimasti in piedi della grande famiglia  EAV.

 

Gli orologi originari, costruiti ed istallati tra il 1931 ed il 1933, erano  21 ed erano diffusi nelle strade principali della città di Napoli. Ma, come lasciano presagire le date appena citate, di lì a poco una guerra mondiale li avrebbe distrutti, lasciando in piedi solo 12 precisissimi, eleganti soldati impegnati a segnare l’ora esatta tutto il giorno, tutti i giorni.

 

L’EAV (Ente Autonomo Volturno)  progettò i suoi orologi elettrici pubblici contribuendo a costruire il volto artistico ed il gusto estetico di Napoli.  Intravediamo, nei dettagli  raffinati della nostra vedetta con lancette e quadrante, un pizzico di stile Liberty.

 

I materiali di costruzione, ovvero le eleganti paline in fusione di ghisa, erano pensate in pendant con i lampioni in ghisa ad unificare l’arredo urbano di fine Ottocento e Novecento. Il volto cittadino era dunque progettato per essere uniforme, chic: sono i tempi in cui Napoli si prepara ed adegua a diventare metropoli europea, cosmopolita.

Ed il nostro orologio, protettore, faro nella notte, un patrono adottato, osserva la città sotto di sé scorrere, cambiare, incontrarsi.

 

Meritevole, per la pazienza e la costanza del suo operato, di essere scritto e descritto, conosciuto come lui ci conosce.

 

Anche lui, come noi, rende il suo servizio ad una città infinita, eterna, brulicante. Anche lui , come noi, è amante di Parthenope.



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