Intrighi politici e manovre militari nel passaggio del Regno tra Svevi e Angioini

Grande Napoli
Intrighi politici e manovre militari nel passaggio del Regno tra Svevi e Angioini
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Dopo la morte di Federico II la questione della successione al trono di Germania e di Sicilia necessita di alcuni chiarimenti storici tra cui: i diritti sul trono di Sicilia rivendicati da Costanza, moglie di Pietro III d’Aragona e nipote di Federico II, l’ascesa economica e politica del francese Carlo conte d’Angiò e la sua nomina a paladino del papa.

Il processo rovinoso che portò al disfacimento del regno di Sicilia ha inizio nel 1245, quando durante il Concilio di Lione venne decisa dalla Chiesa la deposizione di Federico II dall’impero e dal regno di Sicilia, decisione applicata nel regno di Germania.  Alla sua morte però le popolazioni si sentirono liberate dalla tirannia e, inoltre, furono istigate dall’ordine perentorio di papa Innocenzo IV “che nessun siciliano giurasse fedeltà  nè prestasse obbedienza a chi non fosse delegato dalla sua autorità  pontificia”  importanti città  della penisola e dell’isola, tra cui Napoli, Caserta, Avellino, Capua, Barletta, Foggia e Palermo, si dichiararono stanche di subire scomuniche ed interdetti, si rifiutarono di riconoscere la successione sveva.

Secondo le disposizioni testamentarie di Federico II, a cingere la corona imperiale e quella siciliana sarebbe dovuto essere in prima battuta Corrado (23 anni), quindi Enrico (12 anni), qualora Corrado fosse morto senza figli, ed infine Manfredi, in assenza di eredi di Enrico. La condizione di sfavore di Manfredi, che ricordiamo era figlio illegittimo di Federico e Bianca Lancia, fu tuttavia compensata dalla nomina testamentaria di reggente perpetuo del regno d’Italia e del Regno di Sicilia. La particolare condizione di Manfredi – in realtà  non avrebbe dovuto avere alcun diritto al trono – era stata dettata in parte dall’amore che Federico nutrì per la bella Bianca, ma soprattutto dalla vicinanza fisica e caratteriale che il ragazzo “biondo e bello e di gentile aspetto” aveva con il padre. Questa condizione di privilegio era ovviamente mal tollerata dai figli legittimi che vedevano in Manfredi un serio pretendente alla successione di un regno che doveva essere conquistato con le armi per via dell’ostilità  del papa, che non desiderava che gli Hohenstaufen detenessero contemporaneamente il potere in Germania, in Nord Italia e in Sicilia e perchè Manfredi, nato e cresciuto in Puglia, era un siciliano, gradito a buona parte dei baroni locali imparentati con gli Staufen o con i Lancia mentre loro, Corrado ed Enrico, erano irrimediabilmente tedeschi.

Assunta la reggenza Manfredi si riservò il governo della parte peninsulare del Regno e nominò suo vicario per la Sicilia il fratellastro Enrico che, in quanto minorenne era sotto la tutela di Pietro Ruffo. Ruffo si rivelò un pessimo amministratore e si guadagnò l’astio delle popolazioni e la sfiducia di Manfredi che richiamò in Puglia il fratello e inviò nell’isola lo zio Galvano Lancia con l’intento di sostituire Ruffo. Il Ruffo però si rifiutò di lasciare la Sicilia e per impedire lo sbarco di Galvano gli sollevò contro la città  di Messina, costringendolo alla fuga e schierandosi apertamente con Corrado. Ma la situazione sfuggì di mano al Ruffo: le città  siciliane sobillate da un’intensa propaganda pontificia, cominciarono a sollevarsi e a reggersi autonomamente a comune.

Intanto il giovane Enrico moriva in circostanze misteriose.
A Corrado IV, re di Germania e di Sicilia, l’attività  di Manfredi volta a sedare le rivolte che sorgevano di continuo nelle città  meridionali era stata molto utile, ma quando Manfredi tentò nel luglio del 1251 trattative di pace con papa Innocenzo IV, i due fratelli divennero apertamente nemici. Corrado, sospettando che il fratello volesse farsi riconoscere legittimo re di Sicilia, per prima cosa gli tolse la giurisdizione feudale e bandì dal regno tutti i parenti di Manfredi, poi armò un esercito e si mise in marcia verso sud. Vi arrivò nel 1252 e si trovò ad affrontare l’ostilità  di Napoli e delle regioni nord occidentali del regno. Nonostante le distruzioni in stile Hohenstaufen di comuni, come Aquino, Sora, Arpino ed altri che avevano la sola colpa di essere soggetti ai conti di Aquino e di Sora che parteggiavano per il Papa, il giovane Corrado riuscì ad ottenere in due anni di guerra solo la resa di Napoli e della Terra di Lavoro. Il resto del regno rimaneva ancora in mano a Manfredi o sotto l’influenza del papa o nella anarchia.

Nonostante il successo ottenuto fosse parziale, Corrado decise egualmente di rivolgersi a papa Innocenzo IV, signore feudale del regno di Sicilia, per ottenere il riconoscimento del titolo. Ma il papa, come sappiamo aveva sempre avversato il fatto che un re di Germania occupasse anche il trono di Sicilia ed inoltre era preoccupato dalle mire che Corrado aveva sull’Italia settentrionale. Per scongiurare una tale eventualità  era stata da tempo avviata la ricerca di un campione difensore del papa da insediare sul trono di Sicilia come fedele vassallo. A tal proposito il papa aveva contattato Enrico III d’Inghilterra, offrendo la corona di Sicilia prima a Riccardo di Cornovaglia e poi a Edmondo Lancaster, rispettivamente fratello e figlio di Enrico e aveva contattato pure Luigi IX, re di Francia con analoga offerta per il fratello Carlo d’Angiò. Intanto Corrado, il 21 maggio 1254, a soli 27 anni morì di febbre a Lavello. Molti hanno sospettato che nell’improvvisa morte di Corrado ci fosse lo zampino del fratello. A questo punto come erede legittimo rimaneva Corradino, il figlioletto di soli 2 anni di Corrado. Manfredi non perse tempo e decise di concludere le trattative segrete avviate in precedenza con il papa, accettando di diventare, in rispetto al deliberato del concilio di Lione, vassallo del re di Sicilia designato dal papa, Edmondo Lancaster, a sua volta vassallo del papa. Il papa scese a Napoli, convinto dagli ambasciatori che Manfredi avrebbe rispettato il trattato, per sovrintendere alla riorganizzazione del regno con l’istituzione di liberi comuni a Napoli ed in altre città  in modo da indebolire il governo centralizzato di stampo normanno-svevo e quindi il potere del futuro re.

Ma le speranze del papa andarono deluse, Manfredi non firmò il patto, ne fece pubblica disdetta e anzi organizzò il suo esercito musulmano di stanza nella fortezza di Lucera e inflisse una prima grave sconfitta, a Foggia, alle truppe pontificie. La capacità  di resistenza del papato fu inoltre fiaccata dalla morte di Innocenzo IV (7 dicembre 1254) e dall’allargarsi del conflitto all’Italia settentrionale con la discesa in campo a fianco di Manfredi, ormai riconosciuto capo indiscusso del ghibellinismo italiano, di Venezia, Genova e di tutte le città  ghibelline dell’Italia centro-settentrionale, tanto che il nuovo papa, Alessandro IV, ricominciò a cercare oltralpe il suo campione. In quello stesso anno, inoltre, i baroni di Sicilia riunitisi in “parlamento” riconobbero a Manfredi il titolo di re, rifiutando gli altri pretendenti, sia Edmondo, campione del papa, che Corradino di Svevia, l’ultimo rampollo della casata degli Staufen.
Manfredi, accettata la corona ripristinò l’assolutismo del padre nel regno di Sicilia e con l’aiuto dello zio Federico Lancia soffocò nel sangue i tentativi di rivolta di quelle città  che non intendevano rinunciare alle libertà  cittadine. Manfredi cercò anche di emulare il padre espandendosi sia verso nord, dando sostegno alle città  ghibelline a cominciare da Venezia e Genova, sia cercando di affermare il suo potere anche nell’area mediterranea. Non disponendo però di forze militari adeguate a fronteggiare impegni di rilievo internazionale fece ricorso alle strategie matrimoniali. Allora le potenze che gareggiavano per l’egemonia sul mediterraneo erano in occidente la Francia e l’Inghilterra, che parteggiavano per il papa, e l’Aragona, che godeva di una certa autonomia, Manfredi quindi strinse un’alleanza con l’Aragona dando in sposa al principe Pietro, erede al trono, la propria figlia Costanza. Dal lato orientale cercò pure un’alleanza e la trovò con il re d’Epiro, Michele II, sposandone in seconde nozze la figlia Elena, destinata a succedergli nell’impero.
Manfredi per circa un decennio divenne un protagonista indiscusso. Nel regno di Sicilia continuò la politica assolutista normanno-sveva soffocando qualsiasi autonomia comunale, sopprimendo i diritti della chiesa e l’autonomia del clero. Il destino di Manfredi si decise però quando al soglio pontificio salì un francese, papa Urbano IV. Questi per risolvere la questione siciliana si rivolse alla Francia e ripropose a Luigi IX, il futuro santo per meriti anti musulmani, la candidatura a re di Sicilia del fratello Carlo d’Angiò. Carlo in quegli anni era riuscito a strappare la Provenza agli aragonesi, conquistando un forte potere economico e territoriale. Grazie a questi successi i signori delle regioni d’Italia più vicine alla Provenza cominciarono a riconoscere Carlo quale signore feudale che cominciava quindi a penetrare in quella zona dell’Italia settentrionale cui era interessato anche re Manfredi. Quale miglior candidato poteva scegliere il papa per farsi difendere? La candidatura di Carlo accontentava tutti: il papa che non sarebbe stato stretto dalla morsa Sveva, Carlo che avrebbe avuto un regno e Luigi IX di Francia che avrebbe esteso la sua influenza nel basso mediterraneo. L’accordo proposto da Urbano IV nel 1263 venne concluso dal suo successore Clemente IV, anch’egli francese, così che il 6 gennaio del 1266 Carlo fu incoronato re di Sicilia in San Pietro a Roma. Sul trono del Regno di Sicilia sedevano ora due re. Questa situazione durò poco, appena 50 giorni. Il 26 febbraio le truppe siciliane furono sbaragliate nella battaglia di Benevento e Manfredi deliberatamente cercò la morte gettandosi coraggiosamente nella mischia. Di tutti gli Staufen fu l’unico ad avere una fine così onorevole. Il suo comportamento fu tanto coraggioso da indurre l’Angiò, che pure non era un angioletto, a renderli gli onori funebri ed una cristiana sepoltura. Ma papa Clemente non fu “clemente”, ordinò di riesumare la salma e di seppellirla in terra sconsacrata, in riva al fiume sotto la sabbia finchè le acque ne disperdessero le ossa. Tuttavia dopo la morte di re Manfredi i ghibellini del nord, quelli di Toscana e i fuoriusciti del Regno di Sicilia, si rivolsero all’ultimo degli Staufen, Corradino figlio di Corrado, appena quindicenne per strappare a Carlo e al papa la supremazia. Figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera; nato a Landshut nel 1252; orfano del padre già  a due anni, Corradino di Svevia fu allevato dai parenti materni. Era solo un adolescente quando, nei primi mesi del 1267, fu raggiunto nel castello di Hohenschrwangau da una delegazione di irriducibili ghibellini italiani e di esuli siciliani. A convincere il ragazzo furono soprattutto quei seguaci di Manfredi che erano sfuggiti alla cattura dopo la battaglia di Benevento riparando in Africa, in Spagna o in nord Italia. Con una situazione simile sarebbe stato logico che il giovane Corradino avesse iniziato la sua marcia contro re Carlo dalla Sicilia verso la penisola, mantenendosi coperte le spalle. Inspiegabilmente invece, o meglio “spiegabilmente” se teniamo conto di traditori e cattivi consiglieri, si mise in marcia da nord verso sud, attraversando paesi ostili, come le città  guelfe e lo Stato Pontificio senza lasciarsi alle spalle alcun punto di riparo. Appena varcò i confini del regno, Corradino dovette subito affrontare l’Angiò, non potendo però contare su nessun appoggio da nord. Dopo qualche scaramuccia senza importanza i due eserciti si affrontarono a Tagliacozzo il 23 agosto del 1268. Inizialmente la battaglia sembrava andare a favore dello Staufen ma si trattava di una trappola, non appena i soldati di Corradino si abbandonarono al saccheggio degli uccisi, credendo di aver messo in fuga l’Angiò, Carlo piombò su di loro con la cavalleria che aveva tenuta nascosta e ne fece strage. Corradino tentò di fuggire ma fu tradito e consegnato al vincitore. La sua avventura s’era conclusa: sfidando la sorte e vestito di quella stessa audacia dell’avo in viaggio pressappoco alla sua stessa età  verso il trono tedesco, aveva preteso di esigere il maltolto nella continuità  della gloriosa stirpe ma, impedito dal raggiungere il Sud ove forte si era organizzata la opposizione ai Francesi, il nuovo Puer Apuliae aveva assistito al fallimento del suo progetto di giungere in Sicilia. Sconfitto, tradito e deriso, a circa due mesi dalla cattura, il ventinove ottobre del 1268, venne decapitato sulla Piazza del Mercato di Napoli, alla presenza di una folla indignata ed in tumulto per il dispregio tenuto anche dei trattamenti e dei diritti garantiti ad un prigioniero di sangue reale: un infame assassinio, più che un crimine politico. Pare che l’Angiò avesse chiesto consiglio al papa su cosa fare del prigioniero e da questo fu invogliato ad eliminarlo: La risposta del Primate di Roma era stata lapidaria: « Mors Corradini, vita Caroli. Vita Corradini, mors Caroli». Il frate e storico minorita beneventano Isidoro Cozzi riferisce come, una volta sul patibolo, il ragazzo disperatamente singhiozzasse: «Oh madre, oh madre mia, qual notizia avete a sentire», avendo cura con grande dignità  del dolore materno, piuttosto che della sua stessa infelice sorte. Storia e leggenda si annodarono nel riferire che, prima di porre il capo sul ceppo, egli abbracciasse con uno sguardo la piazza e poi, sfilatosi un guanto, lo lanciasse sulla folla: un aperto invito a vendicarlo; un’ardimentosa e provocatoria sfida agli usurpatori; una sollecitazione alla continuità  dinastica. Storia e leggenda si riannodano nel sostenere che il guanto fu raccolto da un uomo protetto dall’anonimato:era Giovanni da Procida, uno dei personaggi più fedeli alla memoria del grande Federico, al cui capezzale era restato fino alla fine nella sua funzione di medico di Corte. E’ certo che Napoli versò lacrime di dolore e di vergogna per quell’orrendo delitto commesso in faccia alla Storia e ad un Popolo sbigottito. E’ certo che Elisabetta di Baviera venne ad onorare le spoglie del figlio morto in solitudine «…ed una statua di lui ed una pietosa iscrizione nella Chiesa del Carmine parlano del cordoglio di essa e le ricche dotazioni che lasciò a quei frati per suffragio dei suoi diletti…» Ai cadaveri fu negata la sepoltura e fu la gente comune a pietosamente coprirli di sassi. La vita fu risparmiata al solo Enrico di Castiglia, ma a condizioni più che umilianti. L’Angiò, cui i Siciliani avevano opposto la coraggiosa incoronazione di Corradino, venne una sola volta e di passaggio in Sicilia; punì gli atteggiamenti antifrancesi diffusi nel Regno con lo spostamento della capitale da Palermo a Napoli; condusse un’aspra e ritorsiva politica fiscale; impose il veto di porto d’armi; istituì la perquisizione personale, oltraggiosamente estendendola anche alle donne. Carlo era ormai Signore dell’Italia, esercitando autorità  su quasi tutta la penisola grazie al sostegno dei guelfi del Centro e del Nord e grazie ai Romani, che gli avevano attribuito il decennale incarico di senatore.

Articolo scritto dall’Arch. Mario Chirico



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