Il Vesuvio tra mito e leggende e tradizioni popolari

Annunziata Buggio
Il Vesuvio tra mito e leggende e tradizioni popolari
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Il vulcano più famoso al mondo, il Vesuvio, è sicuramente l’emblema di Napoli che da secoli suscita la curiosità e la fantasia popolare tra mito, leggende e tradizioni locali.

«Non esisterebbe il Vesuvio senza Napoli. Non esisterebbe Napoli senza il Vesuvio.»

Il Vesuvio, in bene o in male è un’autentica Rock Star internazionale da guinness dei primati e da oltre duemila anni, si staglia fiero sul Golfo di Napoli contribuendo con il suo fascino, con la sua popolarità e con la sua forza prorompente a forgiare il carattere di un popolo.
E’ lo spettacolo naturale più ammirato in assoluto, quello che profuma di terra e zolfo, dalle pendici al cono sospeso fra la vita e la morte.

Sterminator Vesevo (dal romanzo di Matilde Serao) poichè ha sempre dato spettacolo di sè dal 79 d.C. fino al 1944 è tra tutti, il vulcano più monitorato al mondo e si conosce molto della sua storia eruttiva, anche se ogni tanto ascoltiamo voci infondate di un probabile risveglio.Vanta un team d’eccellenza, grazie all’Osservatorio Vesuviano che controlla costantemente, ogni minimo respiro.
Alla sue pendici, oltre alla popolazione, c’è vita: dalla produzione di vino, alla frutta, dai pomodori e in origine anche l’olio che ricevono dalla terra, dal mare e dal cielo, gli elementi naturali e i sali minerali che ne fanno salute e bellezza.
E se il Vesuvio potrebbe parlare (e non eruttare!) racconterebbe milioni di storie, leggende e fatti, tramandati da oltre duemila anni di storia.

Mito e mistero sul Vesuvio

In origine gli antichi, senza conoscere la reale presenza di un vulcano, avevano dato al monte Vesuvio mille nomi, tra cui: Besùbio, Bèsuvio, Bèsbio, Bèbio, Bèmbio, Bisvio, Vèsulo, Vèsuro, Vèsulo,Vèsvio, Vesùbio, Vèsebio, Mèulo, Esbio, tutti avente per radice “ves” cioè fuoco, inteso come sole, terra bruciante.
I latini invece lo chiamavano Iuppiter Vesuvius, Iuppiter Sommanus, associandolo al divino Zeus su modello greco del Monte Olimpo, il luogo impenetrabile abitato dagli Dei, in quanto all’epoca il Vesuvio appariva come una montagna verdeggiante e isolata, lambita dal mare.
Altri spunti ci arrivano dalla mitologia che intitolano il vulcano «Vesuvinum» associato al Dio Bacco, il dio dell’ebrezza e del vino, in quanto è rinomata da sempre, la notevole presenza di vigneti e della produzione del vino vesuviano, grazie al ritrovamento di alcune anfore a Pompei che riportano questa scritta particolare.

A seguito della terribile eruzione del 79 d.C. che seppellì Pompei ed Ercolano e con la spaventosa presenza di un vulcano, si fece avanti l’idea, durante le prime fasi del cristianesimo che ogni eruzione del Vesuvio corrispondesse alla collera divina; la punizione esemplare di Dio contro il popolo vesuviano (pagano) il quale conduceva una vita dissoluta in preda ai vizi e alle lussurie, in parallelo alle cugine Sodoma e Gomorra, punite per aver disobbedito alla volontà divina. Dal quel momento in poi, nell’iconografia cristiana, il Vesuvio venne identificato come la bocca dell’Inferno, l’abitazione del Diavolo, il fuoco come lingue in fiamme simbolo del male.

Le leggende sacre e profane sul Vesuvio

Da questo binomio Vesuvio-Inferno sono nate molte leggende popolari di genere fantastico tramandate per racconti orali tra cui la leggenda dell’origine di Pulcinella, la maschera carnevalesca e teatrale emblema di Napoli.
Secondo il racconto del 1700, Pulcinella sarebbe nato dal guscio di un uovo magico, comparso sulla sommità del Vesuvio per volontà di Plutone, il Dio degli Inferi e dei Morti, a seguito della richiesta di due fattucchiere napoletane, le quali avrebbero preparato l’impasto magico perché desideravano ricevere un salvatore, un soccorritore, un’alleato del popolo che avrebbe sanato situazioni di ingiustizia e di oppressione che tanto gravavano sulla città.

Citiamo i casi di altri salvatori della città contro il diabolico Vesuvio. Secondo una leggenda medioevale, il popolo per scongiurare l’arrivo di un’imminente eruzione del Vesuvio, implorò l’aiuto di Virgilio Mago, il poeta latino rinomato per le sue arti magiche, considerato il primo protettore di Napoli. Si narra che Virgilio posizionò in prossimità del vulcano una grande statua di bronzo raffigurante sé stesso, munito di un dardo ben puntato sulla bocca del Vesuvio in modo che spaventandolo, ne placasse la furia. Ma sfortunatamente, la magia contro la forza bruta della natura non poté far nulla e poco dopo seguirono altre numerose eruzioni.
Ma Napoli aveva bisogno di un’altro santo protettore: qui venne in soccorso il prodigioso San Gennaro che fu invocato più volte sia nel 472 d.C, nel 512 d.C. che durante la terribile eruzione del 16 dicembre del 1631, l’evento più forte che scosse la città, dopo ben cinque secoli. Napoli si svegliò in preda ad un gran terremoto a cui seguì una terribile eruzione che distrusse molti paesi vesuviani e siccome l’occasione fu grave, fu portato in processione il busto di San Gennaro che appena posizionato con il volto verso il Vesuvio, questo placò la sua furia omicida. Si narra che il Santo Patrono comparve fra le nubi nell’atto di arrestare la lava, come documentato dalle cronache dell’epoca.

Un’altra leggenda curiosa, cita il caso di un grande peccatore, quello del Duca di Napoli Giovanni III, accaduto nel 968 d.C. in pieno cristianesimo.
La storia ci viene tramandata da Pietro Damiani, Dottore della Chiesa dell’anno 1000 il quale racconta che un giorno, un sant’uomo mentre era intento a recitare i salmi, vide degli uomini di colore portare del fieno; il prete incuriosito chiese chi fossero loro e quelli risposero che erano demoni che stavano trasportando il fieno per alimentare il fuoco, sui cui sarebbe bruciato vivo il Duca Giovanni III, che si apprestava a morire.
Il sant’uomo che conosceva il Duca Giovanni, riferì tutto al nobile, il quale lo rassicurò dicendo che avrebbe preso l’abito talare per espiare i suoi terribili peccati, dopo l’incontro con l’Imperatore Ottone II. Ma l’incontro non avvenne mai e si avverò la profezia dei demoni: dopo pochi giorni, il Duca Giovanni morì bruciato e nello stesso istante comparvero fiamme rosse sul Vesuvio. I demoni soddisfatti avevano ricevuto l’anima dannata.

Secondo un racconto popolare della seconda metà dell’800, un uomo di nome Mauro che soffriva di una strana patologia per cui era nato con il volto nero, si recò sul Vesuvio per chiedergli una grazia: quello di esser trasformato in un uomo normale. Commosso dalle sue preghiere, il vulcano esaudì la sua richiesta; inviò un Angelo che lo condusse nel cratere e soffiandogli sul volto la cenere, Maurò acquistò la sua pelle bianca. Dal quel momento i due crateri del Vesuvio furono chiamati Angelo e Mauro. Una storia a lieto fine.

Diversamente termina male, la storia di un malvagio monaco. Si narra che questo si presentò sulla cima del cratere, chiedendo al Vesuvio di esaudire una sua richiesta per attuare un piano diabolico. Ma il Vesuvio stizzito, vomitò una grande colonna di fuoco e un cavallo magico dagli occhi infuocati con una criniera fatta di serpi; il monaco spaventato dallo spettacolo fuggì via, ma vene rincorso dal terrificante cavallo che con un colpo di zoccolo, fece sprofondare il monaco all’interno di una voragine di fiamme e fuoco.
Quel punto è difatti chiamato Atrio del Cavallo mentre il burrone è detto Fossa del Monaco che dà verso Napoli.

Per concludere una leggenda d’amore, quella che vede tre protagonisti: la Ninfa Marina Leucopetra, amata e contesa da due uomini, Vesevo e Sebeto.
Si narra che un giorno mentre la bella fanciulla era intenta a raccogliere conchiglie sulla spiaggia, giunsero rincorrendosi i due uomini che desideravano rapirla per sé e questa per difendere la sua virtù, si gettò a picco nel mare e si trasformò in pietra. Per la disperazione e la perdita dell’amata anche Vesevo si trasformò in pietra lavica e crebbe dalla rabbia come montagna e per la passione divorante, iniziò a sputar fuoco. Strana sorte toccò a Sebeto consumato d’amore per la sua bella, pianse tante lacrime da trasformarsi in un fiume che andava verso il mare. Sebeto in origine era il fiume scomparso misteriosamente da Napoli e Leucopetra è un toponimo vesuviano compreso tra Portici e San Giovanni.

Curiosità: Dalla matita dell’illustratore Carl Barks è nato il celebre personaggio a fumetti made Disney «Amelia, la strega che ammalia» la seducente fattucchiera nelle sembianze di papera che ha la sua dimora proprio sul magico Vesuvio, in compagnia del suo fedele merlo Gennarino. Amelia apparve per la prima volta nel dicembre 1961 sul numero italiano intitolato «Zio Paperone e la fattucchiera».
Il disegnatore americano, amante dell’Italia e della Pizza, creò il suo personaggio ispirandosi alla bellezza mediterranea di Sophia Loren, aggiungendo il fascino sinistro di Morticia Addams. L’accento napoletano di Amelia nei cartoon è davvero una delizia.

Queste e molte altre sono le leggende del Vesuvio; simbolo dei sentimenti umani, l’emblema della cultura partenopea.



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