Il cimitero delle Fontanelle.

Grande Napoli

 

Che quell’asfalto su cui noi battiamo piede, faccia da mantello a milioni di teschi, è cosa assolutamente affascinante; ma ancor di più trovo incantevole e meravigliosamente da brividi, il ritrovarsi osservatori di uno spettacolo che ti lascia senza fiato. Un’emozione che di parole ne sa ben poche, piuttosto trova il modo di farti spalancare gli occhi come non ti è ancora capitato prima d’ora. Un passato che era peste nel 1600, nel ventre di una città  che è storia. Napoli. Una storia onorevole e talvolta anche triste.Della popolazione fu allora vittima di quella terribile epidemia, La Peste. Incurabile, morirono all’incirca 240/270 mila persone. Seppellite ovunque, per le strade, sotterrate nelle piazze, corpi gettati in fosse comuni. Ossa ovunque. Fino a quando, un giorno di quel 1656, si decise, per forza di causa, di usare, quelle famose caverne di tufo ubicate nel quartiere Sanità , come cimitero per i morti. Fu un inizio burrascoso, gli scheletri, i teschi, le ossa, di quelle povere vittime, furono accumulate senza criterio ne’ alcuna attenzione. Ammassati gli uni sugli altri; in fondo, era spazio concesso a chi non poteva permettersi una degna sepoltura. Correva l’anno 1837, periodo in cui si decise, che quel posto, così mistico, triste e se vogliamo anche magico, dovesse diventare l’unico luogo per riporre morti.

Fu da quel momento in poi che i napoletani adottarono una fede mai esistita prima: “Il culto dei morti”. Ordinarono tutte gli scheletri presenti, costruirono per loro oneste sepolture, muri, recinti ed altari per venerare le cosiddette “capozzelle“. Si prendevano in adozione, si sceglieva un teschio a cui affidarsi e si venerava con la speranza che questo concedesse loro delle grazie. Era una fede vera e propria . Tante le leggende nate in quel periodo, tra quelle mura, con quelle anime. Tra le più famose la leggenda “del Capitano”.

“S’arape “a porta e trase “˜nfunno “a chiesa
cu’ “o core “ncanno ca te sbatte forte
pecchè te truove over “mmiez a morte.

Dint’ a stì rrotte tremmano “˜ lunine
Schiaranno “˜a juorno st’ossa assistimate
Cu “˜e mille capuzzelle lucecate.

Si appizze “˜e rrecchie siente “˜a litania
Cantata dint’o scuro e chesti rrotte
Cu “a devuzione ca pretenne “a morte”.

 

Articolo scritto da Ludovica della Volpe



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