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I fuochisti napoletani
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I fuochisti napoletani

Gli antichi maestri del cielo notturno

L’incantatore di folle partiva dal golfo di Napoli per raggiungere gli angoli più sperduti della terra, accendeva una miccia e liberava nel cielo di notte le sue più straordinarie composizioni di colori.  dal XV secolo che le corti d’Europa chiamano questi antichi maestri d’arte a santificare feste, onorare dèi, celebrare uomini.

Si muovevano portando nelle valige i segreti del mestiere, conoscenze che non si confessano nemmeno di padre in figlio. Ogni fuochista è un chimico che si tormenta e si dispera per trovare la sfumatura perfetta al suo fuoco. Sulla tavolozza del pittore si mescolano canfora e polvere nera per dare vita alla fiamma bianca, polvere pirica e pepe greca per accendere i rossi, magnesio per la lucentezza e carbonato, nitrato o solfato di bario per le gradazioni del verde. Solfuro e cloruro di mercurio si combinano per il blu scintillante e il carbonato di sodio per il giallo.

Nel ventre della Sanità, sotto gli occhi attenti di Santa Barbara, il mastrofuoco assembla polveri pericolose, mettendo in conto di morire e portare con sé il segreti del suo talento. Le fabbriche esplodono, le miscele dilaniano vite e famiglie. Se esistono manuali per ogni arti, il mestiere del fuochista è l’unico ca s’arrobba. S’impara guardandolo fare, si rifà nel segreto di un secondo laboratorio parallelo. I fuochi si trovano tra i banchi di Porta Capuana, dove si mettono le bancarelle dei grandi acquisti, fino a Forcella, dove si incontrano i tronari, specializzati nei fuochi di rumore. In piazza del Carmine il 17 luglio si può vederli all’opera, nella notte in cui si incendia il campanile: un tripudio, un pianto di biancali a rievocare la battaglia della Goletta contro i Turchi. Un tizzone ardente alto 75 metri di fuoco si staglia contro il cielo nero; visibile a lunghissime distanze.

La piazza ha perso il suo mare, ma i pescatori non rinunciano alla loro protettrice. E quando sembra non ci sia più nulla da fare, quando tutto è oramai ingoiato da soffocanti ricami di fuoco, compare l’immagine della Bruna. La Madonna, in un quadro contornato da fiaccole multicolori, è issata con funi e carrucola fino alla cima del campanile. Nel fuoco si esorcizzano le paure della città: la peste, la rivolta, la fame”. Lei arriva e si fermano le fiamme, il miracolo si compie tra le granate che illuminano a giorno il cielo e le grida e gli applausi di sollievo degli spettatori. Ma se è vero che la pioggia di colori, la scenografia di luci e incendi suggerisce le più commoventi sensazioni, è vero pure che è nella chiusura che si vede il vero maestro. Il genio del botto finale, quello che congeda e che commuove, quello a cui si resta grati perché capace di sommuovere anche l’ultimo respiro rimasto a riposo nelle nostre viscere.

Articolo tratto dal libro “101 cose da fare a Napoli almeno una volta nella vita”

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