Gli scolatoi svelati di San Severo al Pendino

Annunziata Buggio
Gli scolatoi svelati di San Severo al Pendino
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Gli scolatoi presenti nella Chiesa di San Severo al Pendino in via Duomo, ci raccontano un’altro aspetto dedicato al culto dei morti e alla cura dei corpi. La vita oltre la morte.

 

Il culto dei morti a Napoli ha radici antichissime, collegato indissolubilmente al mondo dei vivi e alla nascita delle prime comunità cristiane, sviluppatesi nella «Valle dei Morti» come fu definita nella Neapolis greco-romana la zona compresa tra la Sanità e Capodimonte, che cela nelle sue viscere profonde, quel unicum votivo e suggestivo che sono le Catacombe napoletane.

 

Perché nasce l’esigenza delle Catacombe? Si avverte l’esigenza del diritto alla sepoltura grazie ad una disposizione della legislazione romana che ne garantiva il diritto al sepolcro a tutti, perfino agli schiavi e ai giustiziati, purché le tombe dovevano distanziarsi dal centro abitato e localizzate fuori dalle mura cittadine.

 

Appellandosi a questa disposizione romana, i napoletani iniziano a «scavare» il sottosuolo (in parte già cavo) una pratica molto diffusa nel mondo e possibile sono nei luoghi dove la natura e il suolo lo permetteva; essendo Napoli un terreno vulcanico e ricco di rocce tufacee, non desta meraviglia l’incredibile scavo per creare le catacombe, per dare degna sepoltura ai morti. Con la celebre tomba di San Gennaro, tutti pretendono di avere una sepoltura in prossimità del Santo Patrono e prende forma il progetto catacomba, un cimitero sotterraneo.

 

Inizia così l’antico e suggestivo viaggio nella Valle dei Morti con il percorso del «Miglio Sacro» che riprende speculare la città di dei vivi del mondo di sopra.

 

Tra le antiche pratiche di sepoltura, una molto diffusa a Napoli,vi era la cosiddetta «scolatura dei corpi» dal termine scolatoio; era un rituale alquanto macabro che permetteva l’essiccazione dei corpi senza comprometterne lo stato di conservazione.

 

Gli scolatoi erano dei piccoli sedili (nicchie) scavati propriamente nel tufo e contenenti un vaso detto «cantaro» da qui la pratica delle «cantarelle», su cui si facevano letteralmente sedere i corpi dei defunti, calati dall’alto per mezzo di un’apertura e lasciati ad essiccare dei loro liquidi, raccolti dal cantaro che defluiva tramite un foro nella terra.

 

A provvedere all’esecuzione di questo lavoro c’era una figura specializzata, ovvero lo «schiattamorto» (o’ schiattamuorto) l’addetto che bucava (schiattava) il corpo del defunto per agevolare il processo di colatura. Terminata questa fase, ne seguiva una più o meno lunga dove le salme venivano lasciate ad essiccare della loro carne, ridotte praticamente in mummie; successivamente ricavate le ossa, queste venivano sistemate in terresante o nelle tombe di famiglia, al fine di perpetuare devozionalmente il ricordo.

 

Può sembrare una pratica raccapricciante, ma in molti la richiedevano: dai monaci, alti prelati e nobili, previ su cospicue donazioni e lasciti alla chiesa di appartenenza. Dall’operazione della «scolatura» è stata coniata l’imprecazione del tutto napoletana «puozza sculà!» una raccomandazione non del tutto beneaugurante!

 

Tra gli scolatoi ovvero i “Putridarium”presenti su Napoli, tracce di quell’antico rituale dismesso nel Settecento dalla Chiesa, si menzionano quelli visibili alle Catacombe di San Gaudioso situati sotto la Basilica di Santa Maria della Sanità, nella Chiesa di Santa Maria Antesaecula, nella Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, nella Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore, quelli di Sant’Agostino alla Zecca, e a Caserta nella Chiesa di Sant’Anna a Pucciniello. Suggestivi sono i “Putridarium” di Ischia all’interno del Castello Aragonese che arredano il Cimitero delle Clarisse.

La scoperta degli scolatoi: i sedili dell’aldilà  

Una piccola meraviglia scoperta nella Chiesa di San Severo al Pendino in via Duomo (zona cui via Duomo con Porta San Gennaro, comunicava con la Sanità) sono appunto gli scolatoi situati nel piano inferiore e disposti quasi in corrispondenza dell’altare superiore dell’unica navata, quella centrale.

 

Una guida autorizzata mi accompagna in quest’area da qualche anno aperta al pubblico e di cui, non tutti i napoletani ne sono a conoscenza. La visita inizia con l’apertura di un piccolo cancelletto rettangolare che immette ai gradini del sotterraneo, appena illuminato da una luce calda ma tenue che suggerisce l’atmosfera intima e religiosa dell’ambiente sepolcrale.

 

Scendendo la breve scala si viene colpiti dall’ambiente privo di ogni decorazione e il tutto affrescato di bianco che allontana il concetto lugubre; è una piccola camera rettangolare che mostra sulla parete di sinistra le famose cantarelle, gli scolatoi, ben conservati da almeno cinque secoli.

 

Sono sei sedili, sei nicchie arcuate scavate nella pietra e con i braccioli levigati mentre al di sotto si può immaginare, lo scolatoio vero e proprio che accoglieva il cantero per lo svuotamento dei liquidi corporei. Chissà quanti corpi illustri hanno scolato …

 

Nell’osservazione dell’ambiente, mi accorgo che ve ne un’altro attiguo sulla destra delle scale ma non è illuminato; è una stanza pressoché quadrata anch’essa tutta sistemata e dipinta di bianco senza una reale destinazione. Non si notano tracce di affreschi, decorazioni o effigi funerarie come nelle catacombe ben più antiche poiché questo luogo assolveva a funzione di comune cripta dei monaci, dall’anno della sua costruzione del 1559.

 

Nell’assieme, l’immagine dei scolatoi non desta impressione anzi, sembrano monili di pietra o sculture contemporanee che hanno smarrito la funzione per cui sono state create e che oggi sono lì a testimoniare un ricordo del passato, legato al culto dei morti e della fede religiosa partenopea. La guida mi spiega che un tempo, prima dei lavori avviati tra Seicento e Settecento che hanno compromesso la struttura originaria della chiesa, è probabile che qui vi era anche un’ossario per il deposito delle resti mortali, probabilmente dislocato in un’altro sito o volutamente distrutto per ampliamenti successivi della chiesa.

 

Tutta la chiesa è stata pulita e riportata alla struttura originaria, grazie al restauro compiuto dalla Soprintendenza dei Beni Ambientali ed Architettonici che ha mostrato il suo bel carattere barocco ma privata dell’originale facciata seicentesca e sostituita da una Neorinascimentale. Questo luogo ha avuto più funzioni, da luogo di culto, ad Archivio di Stato, rifugio antiaereo, danneggiata dalla guerra e dal terremoto del 1980, chiusa e riaperta.

 

Di notevole pregio è la scala con balaustra in piperno, la Cupola interna, il Rosone che si apre al secondo ordine della facciata, i marmi policromi dell’altare. Singolare è il caso di alcuni artisti contemporanei che durante una mostra, hanno reso omaggio agli scolatoi lasciando alcuni doni adagiati silenziosamente nei sedili, come ad esempio delle rose fatte di stoffe e alcuni cordoncini intrecciati; un piccolo gesto per rinfrescare la memoria di quel culto e “commemorare” la morte degli scolatoi.

 

Oggi la Chiesa di San Severo al Pendino, un tempo Chiesa e Ospedale di Santa Maria a Selice, ha perso la sua funzione di luogo di culto per essere impiegata al meglio come luogo di cultura per esposizioni, convegni e performance artistiche. I secoli passano ma il fascino dell’antico, del sacro e del profano, resta.



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