Enrichetta Caracciolo: la clausura, la libertà e l’amore di un ex monaca napoletana a difesa delle donne

Annunziata Buggio
Enrichetta Caracciolo: la clausura, la libertà e l’amore di un ex monaca napoletana a difesa delle donne
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Enrichetta Caracciolo è il ritratto di un’ex monaca di clausura, donna antiborbonica e garibaldina, nota per il suo impegno civile per i diritti femminili. Si è distinta fra le donne più influenti del Risorgimento italiano, scrittrice senza gloria del XIX secolo.

«Perciò se qualcuno da allora in poi mi ha chiamato per abitudine Suora o Canonichessa, io l’ho interrotto dicendo: chiamatemi Cittadina, e se volete aggiungere una distinzione dite: quella che provocò e promosse il Plebiscito delle donne a Napoli».

 

Enrichetta Caracciolo è una figura femminile molto interessante del XIX secolo, da inquadrare nel clima del Risorgimento italiano; colta, laica e dalle idee liberali, si oppose al regime borbonico entrando a far parte della schiera dei garibaldini; monaca di clausura per costrizione con aspirazioni letterarie e con il sogno di sostenere i diritti femminili, fu perseguitata dall’arcivescovo di Napoli Sisto Riario Sforza, contrariato dal suo desiderio di sciogliere i voti per condurre una vita al di fuori del clero, vestendo l’abito di Patriota e libera cittadina.
Di lei si è detto tutto: monaca di clausura, monaca ribelle, patriota garibaldina, antiborbonica, anticlericale, rivoluzionaria, scomunicata dalle autorità ecclesiastiche, scrittrice e giornalista, apprezzata per il suo impegno politico a sostegno dei diritti femminili, una delle prime fautrici della massoneria femminile napoletana. Il ritratto di una grande donna a cui Napoli le deve qualcosa, a scapito della sua memoria caduta nell’oblio.

 

Una vita molto densa e avventurosa quella di Enrichetta Caracciolo arricchita da sfumature gialle, rosa e noir in chiaro stile manzoniano (l’allusione alla Monaca di Monza non è casuale, nella donna infelice in cui Enrichetta si rispecchiava) di cui ci lascia in eredità le sue memorie, nel diario intitolato «I Misteri del chiostro napoletano» e sottotitolato «Memorie di Enrichetta Caracciolo dei principi di Forino, ex Monaca benedettina» pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1864; fu un successo editoriale senza precedenti, apprezzato dai letterati del suo tempo tra cui Alessandro Manzoni (lo scrittore preferito di Enrichetta) Luigi Settembrini e perfino dal principe di Gàlles, tradotto in sei lingue e con ben otto ristampe. Il fortunato romanzo biografico è da leggere con cautela, essendo una ricomposizione letteraria a cura del filologo greco Spiridione Zambelli, del banchiere massone Adriano Lemmi, e del pedagogista e riformatore religioso Stanislao Bianciadi, con ricami romantici e graffi politici.

 

Enrichetta Caracciolo nasce a Napoli il 17 Febbraio del 1821, da una delle famiglie più illustre del ramo nobiliare partenopeo, da suo padre Fabio Caracciolo principe di Forino maresciallo dell’esercito napoletano e da sua madre Teresa Cutelli una gentildonna palermitana, i quali diedero alla luce sette figlie, di cui Enrichetta ne fu la quinta.
A seguito degli spostamenti e delle cariche che il padre ricopriva nel Meridione, trascorse la prima infanzia a Bari e l’adolescenza a Reggio Calabria ma con l’improvvisa perdita del genitore, il destino di Enrichetta sembrava compromesso senza il futuro di una dote.
Affidata alla tutela della madre e preoccupata per la passione che nutriva per un giovane calabrese di cui ne ostacolava l’unione, questa spedì nel 1840 la giovane Enrichetta nel Convento di San Gregorio Armeno di Napoli contro il suo assenso, accolta da due zie paterne monache di clausura, dove iniziò il suo noviziato e la sua tribolazione.

 

E mentre incalzavano i venti di rivoluzione per rincorrere il sogno dell’Unità d’Italia, Enrichetta nel chiuso del convento leggeva i giornali dell’opposizione e ne assaporava le idee liberali senza farne mistero, il ché gli vale il titolo di rivoluzionaria. Contrariata dalla condizione di monaca di clausura, scrisse nel 1846 una supplica al Papa Pio IX in merito allo scioglimento dei voti o un’interruzione parziale per motivi di salute (soffriva di crisi nervose) ma la sua richiesta non fu accolta, o meglio fu ostacolata in buona parte dal giovane arcivescovo di Napoli Riario Sforza che si oppose anche a cedere il nulla osta del papa.

 

Solo nel 1848 e a seguito delle sue denunce su alcuni fatti oltraggiosi riguardante l’ambiente di clausura tra abusi di potere e non solo, si procurò la fama di anticlericale e repubblicana, riuscendo ad ottenere dal papa il trasferimento nel Conservatorio di Costantinopoli a Napoli ma anche qui ebbe vita difficile; Riario Sforza si accanì su di lei, irritato dal fatto che una donna e per di più colta, gli tenesse testa senza cedere alla sua volontà, disprezzandolo a tal punto da cogliere in lui ignoranza e vanità.

 

Questa risentimento così aspro procurò ad Enrichetta un’altra crudeltà: ovvero, quella di lasciar le argenterie e le pietre preziose ereditate dalle zie badesse, nel convento di San Gregorio Armeno e mai più restituite. Inoltre nel Conservatorio le furono vietate alcune attività tra cui: leggere i suoi libri preferiti in particolare Manzoni, suonare il pianoforte e le opere di Rossini, scrivere lettere (anche se trovò uno stratagemma per sfuggire al divieto e inviare la posta, nascondendo le lettere nella biancheria da lavare) e soprattutto il divieto assoluto di tenere un diario personale. Ma nonostante ciò scrisse imperterrita ogni nefandezza che viveva e le idee che appoggiava liberamente, bruciando poi alcuni scritti per timore di ritorsioni sulla sua famiglia.

 

Parte della sua corrispondenza e dei suoi scritti furono sequestrati e inviati da Riario Sforza a papa Pio IX con l’intento di non cedere alle suppliche insistenti della madre di Enrichetta che dopo la separazione dal secondo marito (e presa dal senso di rimorso) si era riconciliata alla figlia, desiderosa di aiutarla.

Solo nel 1849, Enrichetta ebbe il permesso di interrompere parzialmente la clausura, per poter ricevere le adeguate cure per i disturbi nervosi di cui soffriva, accompagnata dalla madre. Questa fu una ghiotta occasione per lo zampino oppressore dell’arcivescovo Riario Sforza, appoggiato dalla complicità re Ferdinando II di Napoli che nel 1850 le negò la licenza per salute e le privò dell’assegno costituito dalla sola dote monastica, costringendola a vivere della carità dei parenti.

 

Perseguitata all’estremo, pur sapendo che sul suo capo pendeva una terribile condanna, tentò di evadere dal Conservatorio di Costantinopoli con la complicità della madre che intercesse presso il suo protettore, l’arcivescovo Francesco Serra di Cassano di Capua; ma sfortunatamente il prelato morì a distanza di pochi giorni il suo arrivo.
Con l’aiuto complice dell’amico sacerdote Spaccapietra, Enrichetta ottenne il permesso di abitare con la madre e anche la restituzione intera della dote monastica di cui era stata privata ingiustamente ma il suo calvario non si arrestò di certo qui.
L’anno dopo, Riario Sforza con meschinità, fece arrestare e condurre nel Ritiro di Mondragone Enrichetta dove subì un anno di isolamento con il divieto di vedere i familiari e di far visita alla madre morente; qui rifiutò il cibo e tentò il suicidio, ferendosi al petto senza gravità. Debole di salute e in lutto per la madre, Enrichetta ottenne dalla Sacra Congregazione dei Vescovi che mal condivideva gli atti punitivi di Riario Sforza, il permesso di fare i suoi bagni di salute a Castellamare; con questo tenero inganno, la monaca napoletana entrò a far parte segretamente della schiera antiborbonica, eludendo sia la polizia che la sorveglianza della Curia, con il favore di amici complici.

Intanto i venti della liberazione si muovevano dal Sud e Garibaldi con i suoi Mille sbarcato dalla Sicilia, entrava trionfante a Napoli il 7 settembre del 1860, avanzando memorabile tra la folla dalle camicie rosse; Enrichetta Caracciolo ebbe l’onore di stringere le mani all’eroe dell’Unità d’Italia di cui tanto ammirava (trattenendo in seguito rapporti di corrispondenza) all’interno del Duomo di Napoli, in occasione della messa di ringraziamento per la fuga di Franceschiello.
Da fiera garibaldina e con la gioia nel cuore, nello stesso giorno fece sacro giuramento di abbandonare i voti Votum feci, gratiam accepi.
A distanza di pochi mesi e felicemente poté coronare un altro sogno, quello d’amore, sposando con rito evangelico il patriota napoletano Giovanni Greuther di origini tedesca di cui era innamorata.

 

Della sua produzione, Napoli le deve essere grata per la pubblicazione del «Proclama alle Donne italiane» a favore della causa nazionale, oltre alla sua presenza attiva nel Comitato femminile napoletano nel 1867 insieme alla sorella Giulia Cigala Caracciolo per il sostegno dei diritti femminili e l’ammissione delle donne al voto. Contrariamente alla sua notorietà come prolifica attività di scrittrice e corrispondente di molte riviste, non ricevette nessun riconoscimento ufficiale dal governo italiano; morì il 17 marzo del 1901, vedova e sola, dimenticata dai suoi concittadini.

 

In concomitanza del mese Marzo Donna, celebriamo la sua scomparsa e apprezziamo il suo impegno sociale e politico a sostegno delle cause femminili.
Memorie di una ex monaca di clausura per costrizione a vocazione garibaldina, con grandi sogni di libertà e d’amore.

 

Fonte: Misteri nel chiostro napoletano – Enrichetta Caracciolo; nota critica di Maria Rosa Cutrufelli- Firenze: Giunti 1998 – Edizione elettronica del 5 marzo 2008 / E-book: http://www.liberliber.it/
Corriere della Sera – articolo – La monaca di Napoli di Mauro Chiabrando, 2011



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