Devotissimo servitore, Giuseppe Verdi

Grande Napoli

Nei suoi quattro soggiorni a Napoli, Giuseppe Verdi fu sempre affascinato e ispirato dal luogo che definiva «un paradiso terrestre». Il sentimento del Maestro per la città  era avvertito e ricambiato dai napoletani che giungevano ad esprimerlo con manifestazioni di straordinaria esuberanza.

Cronache del marzo 1873 riferiscono che la sera del debutto cittadino dell’Aida, «il delirio del pubblico fu continuo e crescente» e, all’ultimo calo del sipario, Verdi «fu chiamato alla ribalta 37 o 38 volte». Ma non finì qui. Per la terza replica, l’ultima alla quale fu presente l’autore in partenza da Napoli, le chiamate alla ribalta furono cinquanta e all’uscita dal teatro, la folla al culmine dell’entusiasmo arrivò a staccare i cavalli dalla carrozza per portarla a braccia, tra fiaccole e acclamazioni, fino al Chiatamone dove era l’albergo che ospitava il Maestro. Non ancora soddisfatta del trionfo tributato, la folla restò in strada ad acclamare e Verdi fu costretto ad affacciarsi al balcone più volte per salutare e ringraziare.

Due anni prima la città  aveva fatto di tutto per legare a sè il Maestro offrendogli l’incarico di direttore del Conservatorio musicale napoletano. Scomparso Saverio Mercadante, per ben trent’anni alla conduzione dell’istituto di San Pietro a Majella, il problema della nomina si era presentato proprio all’accendersi della polemica nazionale sulla condizione dei Conservatori italiani, scaduti, secondo alcuni, nel provincialismo. La delicata questione diventò oggetto dei lavori di un’apposita Commissione ministeriale la cui presidenza fu affidata allo stesso Verdi.

Sullo stato della didattica negli istituti musicali italiani, il ministro Cesare Correnti aveva affermato, tra l’altro, che occorreva «restituire alle sue gloriose tradizioni» il Conservatorio napoletano. La dichiarazione scosse la città  e subito prese vita un vero e proprio movimento che reclamava l’idolatrato Giuseppe Verdi alla guida dell’antico istituto musicale. Al Maestro giunsero vibranti inviti ad accettare l’incarico dallo stesso ministro Correnti, dal corpo docente del Conservatorio, da musicisti napoletani e dall’Amministrazione cittadina guidata dal sindaco Paolo Emilio Imbriani, ma Verdi si mostrò sempre, seppur lusingato, fermamente intenzionato a non accondiscendere.
Presso l’Archivio Storico Municipale di Napoli sono conservate due lettere autografe del Maestro che testimoniano dei tentativi compiuti dall’Amministrazione municipale napoletana per convincerlo. Sono due lettere di risposta ad altrettanti messaggi inviati dal sindaco Imbriani e scritte a soli quattordici giorni l’una dall’altra.

Con forma garbata e con tono compiaciuto per «l’onorevole offerta», Verdi espone la propria irremovibilità  nella decisione di non accettare l’incarico e nella seconda lettera affida la spiegazione di «tutte le ragioni» al maestro Paolo Serrao, insigne musicista calabrese di nascita e napoletano d’adozione, da lui assai stimato.

In quelle poche righe vergate su fogli ora ingialliti, la fine di un brevissimo sogno: il cortese ma distaccato diniego alle profferte di una città  abituata da tempo immemorabile a conquistare e stringere a sè l’oggetto del suo amore. Altri tentativi non vi furono e l’incarico respinto dal Cigno di Busseto fu affidato temporaneamente proprio al Serrao.

 



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