Il Cristo Velato: l’affascinante leggenda del velo di marmo

Arte e Cultura
Articolo di , 14 Mar 2021

 

“La cappella è glaciale. Pavimento di marmo, marmo alle pareti, tombe di marmo, statue di marmo. Non ornamenti di oro, non candelabri, non lampade votive, non fiori (…) Non altro che pietra”. È così che Matilde Serao esplica l’immenso candore della cappella di Sansevero e la maestosità evocativa del Cristo Velato. La scrittrice lo chiama “Cristo Morto” nei suoi racconti, contenuti in Leggende Napoletane, per rendere ancor più potente l’immagine storica della statua realizzata nel 1753 da Giuseppe Sanmartino. Il Cristo Velato è un capolavoro artistico assoluto, ammirato in tutto il mondo. Numerosissimi i suoi estimatori storici. L’opera è, a tutt’oggi, oggetto dell’adorazione di addetti ai lavori e appassionati da ogni parte del globo. La storia della scultura è intrisa di storia.  In quest’articolo, l’affascinante leggenda del velo di marmo; principale caratteristica del Cristo Velato.

La leggenda del velo di marmo 

“…Su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo, che sembra di carne, un lenzuolo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Matilde Serao  continua a descrivere il capolavoro del Sanmartino, soffermandosi sulla sinuosità del velo che ricopre il Cristo. Un velo che, come enuncia la scrittrice, quasi verrebbe da togliere per quanto delicato sia, per quanto sentimento sia insito nell’opera, da far palpitare la pietra.

 

La leggenda del velo di marmo attribuisce la leggerezza del sudario ad un processo alchemico di “marmorizzazione”, compiuto da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. La leggenda del velo di marmo è da attribuire alla fama del principe di essere un alchimista; un audace sperimentatore. Diverse sono, del resto, le leggende sul suo conto. Lo splendore del velo di marmo è madido di un forte senso di magia e potenza simbolica che l’ispiratissimo Sanmartino immise sapientemente nella sua opera, a partire dai colpi magistrali del suo scalpello.

 

Un’opera eclettica, dal fascino disarmante, narrato da penne istrioniche come quella della Serao, ammaliata innanzi al gonfiore realistico del capolavoro scultoreo. Viscerale, come una dichiarazione d’amore all’arte e alla Fede, il Cristo velato trasuda dolore e sentimento, rivelando la dolcezza della mortalità nelle trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani, nel costato scavato e rilassato da una morte che libera dall’atrocità del male di vivere e dalle ferite del tradimento. Il Cristo Velato deve la sua magnificenza alla sensibilità del messaggio stilistico del Sanmartino, giovanissimo all’epoca della commissione. Il corpo del Signore esplica tormento e convulsi, ma anche ristoro da una sofferenza immane, rendendo l’immagine scultorea ancor più forte.

 

Fonti: Matilde Serao, Leggende Napoletane/Museosansevero.it

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