Corsi e ricorsi storici nella rivisitazione moderna del Giulio Cesare in scena al Mercadante

Corsi e ricorsi storici nella rivisitazione moderna del Giulio Cesare in scena al Mercadante
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Si spengono le luci, silenzio. Sul palcoscenico vengono proiettate alcune immagini: il presidente americano Obama che assiste in diretta alla morte di Bin Laden e il corpo di un bambino siriano riverso sulla spiaggia, lambito dai flutti delle onde. Lo spettatore, al cospetto di queste foto, rimane sconcertato, allibito. Perché il mondo è entrato in una spirale di violenza dalla quale sembra non poterne uscire? Come si può gestire l’odio che divide gli uomini?Ma soprattutto, si tratta di una tragedia di ambientazione storica o una denuncia nei confronti della società moderna?

Giulio Cesare e le “donne al comando”

Nell’adattamento della tragedia shakespeariana messo in scena dal regista spagnolo Alex Rigola, direttore della Biennale Teatro di Venezia, il presente si riallaccia al passato, secondo un movimento di corsi e ricorsi storici che volge lo sguardo al lontano 44 a.c., anno in cui il dittatore Giulio Cesare fu assassinato da Bruto, Cassio e altri congiurati, con lo scopo di liberare Roma dal tiranno e ristabilire la libertà. In questa versione moderna della tragedia Cesare è impersonato da una donna, la talentuosa e convincente Maria Grazia Mandruzzato, così come molti dei congiurati, rendendo fluida la distinzione uomo/donna al punto da considerare i personaggi non in base al sesso ma dal punto di vista della loro complessa personalità, con un ritorno alle origini del teatro, quando, al contrario, gli uomini interpretavano anche personaggi femminili. Questo dimostra che, al di là delle questioni di genere, l’umanità è naturalmente incline ad essere soggiogata dal fascino che esercita il predominio dell’uno sull’altro. Non esistono sentimenti univoci, ma contraddizioni, tormenti, ripensamenti e sensi di colpa che rendono le interpretazioni affascinanti e piene di patetico coinvolgimento, come quella di Michele Riondino, apprezzato attore di cinema, teatro e televisione, che porta in scena un profondo ed ispirato Marco Antonio.

«Libertà, indipendenza, la tirannide è morta!»

Queste sono le parole gridate da Bruto subito dopo il delitto, mentre si susseguono a ritmo incalzante immagini splatter e disturbanti, volte a scioccare lo spettatore con i loro contenuti forti, accompagnate da una musica elettronica che segue un climax ascendente d’intensità e che fa da sottofondo costante durante la rappresentazione (intenso ed ipnotico lo spazio sonoro a cura di Nao Albet) . Ed è ancora Bruto che, rivolto a Marco Antonio, pronuncia le seguenti parole: «Tu vedi solo le mani sporche di sangue e non vedi i nostri cuori pieni di pietà per Roma e di fraterno affetto». La morte di Cesare è stato un sacrificio necessario, compiuto in nome della libertà di Roma e dei suoi cittadini.

Dopo una parte iniziale che risulta piuttosto lenta, lo spettacolo cambia completamente ritmo e diventa più incalzante e coinvolgente. All’improvviso si accendono le luci e viene meno la quarta parete, ovvero il muro  immaginario che separa il palco dalla platea, gli attori dagli spettatori: gli attori scendono in platea, trasformatasi in una pubblica piazza, e Marco Antonio si rivolge direttamente al pubblico seduto in poltrona, rendendolo partecipe di una continua ricerca di senso. A grande richiesta viene letto il testamento di Cesare, che si rivela a favore del popolo e che ribalta la situazione, infiammando gli animi dei cittadini contro i congiurati, costretti a lasciare la città.

Passato e presente: due epoche lontane, un unico destino

Si giunge così alla resa dei conti: gli eserciti di Marco Antonio e Cesare Ottaviano si apprestano a scontrarsi con quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio a Filippi. Cassio, la cui interpretazione è stata ricca di pathos, si suicida, seguito poco dopo da Bruto, che muore lanciandosi contro la sua spada. Sarà Antonio a rendergli gli onori funebri, riconoscendone l’onestà e discolpandolo per aver ucciso non per odio ma per amor di patria. Durante la scena finale si assiste ad un fervido via vai di persone che recuperano delle ossa accatastate in un cumulo nel fondo scena, svelando a mano a mano cosa c’è nascosto al di sotto: un’enorme sagoma del bambino siriano, le cui foto sono state proiettate ad inizio spettacolo. Ed è così che i corsi e ricorsi storici hanno completato il loro cerchio, mostrando in modo disarmante l’inutilità dell’odio, della vendetta e della guerra, cause di una sofferenza senza tempo.

Ciò che colpisce maggiormente in questa rappresentazione è l’originalità con cui è stata rivisitata una tragedia che appare sempre attuale perché, come gran parte delle opere di Shakespeare, tocca temi costanti nelle vicende dell’umanità. Le problematiche affrontate sono difficili da trasporre sul palcoscenico, vista la loro ravvicinata collocazione temporale, ma grazie alla bravura del regista e dei giovani attori del Teatro Stabile del Veneto, sono state trattate in modo convincente ed incisivo. Degne di nota le interpretazioni di Cesare, Marco Antonio e Cassio, un po’ meno quella di Bruto. Insoliti i costumi animaleschi di Silvia Delagneau, che sembrano rievocare il coniglio di Donnie Darko. Sicuramente uno spettacolo da seguire con attenzione, per coglierne le allegorie e i collegamenti con il mondo di oggi.

Informazioni

Dove: Teatro Mercadante | Napoli. Piazza Municipio

Quando: 8, 10, 14, 17 feb ore 21.00; 9, 15, 16 feb ore 17.00; 11,18 feb ore 19.00; 12, 19 feb ore 18.00

Info: www. teatrostabilenapoli.it  Biglietteria: tel. 081.5513396

   

   



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