Cinque quadri da non perdere nella città partenopea

Giovanna Iengo

Napoli è al contempo una culla e un recipiente d’arte. La città partenopea accoglie infatti al suo interno molteplici opere ivi create ed innumerevoli altre qui giunte.
Tanti scorci della metropoli offrono invero piccoli angoli di diletto per gli occhi. Opere note, dipinti sconosciuti, quadri dimenticati, un bouquet impossibile da quantificare, ma di cui si può sicuramente elencare qualche fiore.
Ecco di seguito, perciò, cinque lavori conservati nel napoletano.

Martirio di Sant’Orsola

 

 

Il Martirio di Sant’Orsola è l’ultimo sforzo di Caravaggio.
Risalente al 1610, è conservato al centro di Napoli nel prestigioso palazzo Zevallos.

La sua storia

Il dipinto ad olio fu commissionato nella città campana da Marcantonio Doria, un banchiere genovese la cui famiglia nobiliare protesse la santa in questione.
Il pittore lombardo se ne occupò con una certa celerità, in virtù del fatto che di lì a poco sarebbe venuto a mancare. Per accelerarne l’asciugatura, dopo la partenza del Merisi, i servi esposero l’opera al sole, rovinandola. La paternità del Martirio venne perciò dimenticata e il lavoro fu erroneamente attribuito a Mattia Preti.
Lo storico d’arte Ferdinando Bologna ne riconobbe però la mano quando lo vide ad Eboli nella ex tenuta dei Doria, duchi di Eboli e principi di Angri. I baroni Romano-Avezzano, ai tempi in possesso dell’immobile, ne riconobbero il valore e lo portarono al Palazzo Zevallos. Negli archivi della famiglia nobiliare fu poi ritrovata una lettera che confermò ufficialmente il nome dell’autore dell’opera.
Spedito a Genova dal discendente del Marcantonio, il quadro torno in Campania più di due secoli dopo, per poi essere acquisito dalla Banca Commerciale Italiana, ora gruppo Intesa Sanpaolo.

Descrizione dell’opera

Caravaggio ha rappresentato la Santa distaccandosi dall’iconografia di allora. L’ha ritratta nel momento in cui venne trafitta per mano di Attila, rifiutato dalla fedele.
A far da sfondo all’assassinio è la tenda del tiranno, ricca di luci e ombre come solito degli ambienti caravaggeschi. Oltre alla Santa rassegnata e al re degli Unni, apparentemente pentito del gesto commesso, sono raffigurati tre barbari accorsi a soccorrerla.
Quello nelle immediate prossimità della vittima ha il volto dello stesso Caravaggio, che si è dipinto con la donna della quale sembra percepire le sensazioni. Nel restauro del 2005 è apparsa una mano tra colpevole e vittima, come a fermare il vile gesto. Non è dato sapere se sia stata coperta dall’artista o in seguito.

Il dipinto nascosto nella Chiesa di San Giorgio Maggiore

 

 

La Chiesa di San Giorgio Maggiore a Forcella nasconde al suo interno un vero e proprio segreto.

La sua storia

Alle spalle dell’altare maggiore della basilica paleocristiana vi sono due opere napoletane seicentesche di Alessio D’Elia, discepolo di Francesco Solimena. A destra vi è la sua tela sul ciclo di battaglie di San Giorgio e il Drago e a sinistra quella sulla vita del fondatore San Severo. Dietro il primo vi è una sorpresa davvero inattesa, venuta a galla da un’operazione di restauro recente. Si tratta di un’ulteriore tela sugli stessi protagonisti risalente ad alcuni decenni precedenti: l’affresco di San Giorgio e il Drago di Aniello Falcone.

Descrizione dell’opera

L’opera del 1645 racconta il mito in una maniera semplice e d’impatto con l’utilizzo di colori meravigliosamente vividi. San Giorgio, in sella al suo cavallo bianco, trafigge con una lama il Drago alle fauci, una bestia attorniata dalle sue vittime umane. Dopo la scoperta, la tela di D’Elia è stata posta su un telaio dotato di cerniere che, all’occorrenza, viene aperto mediante una lunga corda per mostrare la segreta opera di Falcone.

I disegni di Michelangelo

 

 

Tra le tantissime opere impareggiabili conservate al Museo di Capodimonte, figurano anche gli importanti disegni di Michelangelo.

La sua storia

La vita di Buonarroti è stata una vita al servizio dell’arte. Scultore, architetto, pittore e poeta, l’artista non si è risparmiato in ogni campo. Nella sua meticolosità Michelangelo era solito dedicarsi a dei meravigliosi disegni preparatori. Questi ultimi erano propedeutici alla realizzare le famose opere da lui compiute. Appartenenti alla raccolta di Fulvio Orsini, furono poi ereditati dal cardinale Odoardo Farnese. Le opere di Buonarroti in questione si focalizzano sul rapporto tra lo stesso Michelangelo e il Vaticano, un idillio non sempre valido, ma senza dubbio artisticamente prolifico. Molte, infatti, gli furono esplicitamente richieste nel pontificato di Papa Paolo III. Proprio il Pontefice, alla nascita Alessandro Farnese, fu un grande mecenate e vigilò anche sul completamento del Giudizio Universale della Cappella Sistina di Buonarroti.

Descrizione delle opere

All’interno del Museo di Capodimonte si trova il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe.
Sono qui conservati più di 2900 disegni e acquerelli e 24000 stampe. Tra loro ci sono i cartoni preparatori degli affreschi di Michelangelo.
Spiccano tra questi senza dubbio Venere e Amore e Gruppo di Armigeri.
I disegni rappresentano dei veri e propri prototipi. Composti da molteplici fogli di carta vergata di diverse dimensioni, sono realizzati totalmente a carboncino, in un lavoro davvero certosino.

Lavanda dei piedi 

 

 

La Lavanda dei piedi è un’opera di Battistello Caracciolo del 1622.

La sua storia

Come riporta l’archivio di Stato di Napoli, il dipinto, uno dei capolavori del Barocco napoletano, fu commissionato all’artista nell’aprile del 1622.
Fu poi collocato sulla parete sinistra del coro della Certosa di San Martino di Napoli pochi mesi dopo la sua realizzazione, a settembre.

Descrizione dell’opera

Considerato uno dei più grandi lasciti dell’artista napoletano, la Lavanda dei piedi è un dipinto ad olio realizzato su una tela di 400 centimetri per 400. Fa parte del ciclo pittorico eucaristico finalizzato alla decorazione del coro della chiesa. La tela rappresenta la prima importante commissione dell’artista tornato a Napoli dopo essere stato per tanto tempo a Roma, Genova e Firenze. I viaggi, le conoscenze acquisite e le larghe vedute si riflettono nell’opera, che risulta incredibilmente matura.
Quest’ultima raffigura Gesù che lava i piedi ai suoi apostoli prima dell’Ultima Cena, in segno d’amore per gli umili. Nella sua veste rossa, con un asciugamano bianco pronto all’uso, il Messia si inginocchia al cospetto di Pietro che, incredulo come gli altri, tenta umilmente di fermarlo.

Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860

 

 

L’Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 è un disegno di Franz Wenzel Schwarz realizzato tra il 1860 e il 1875. L’opera è oggi conservata al Museo Civico di Castel Nuovo a Napoli.

La sua storia

Franz Wenzel Schwarz è un artista austriaco operante nel napoletano fin dal periodo borbonico. La caratteristica del pittore era quella di ritrarre nelle sue opere scene di vita reale, quali, appunto grandi momenti storici e motti popolari. Schwarz, perciò, non poteva sottrarsi dal dedicare un pezzo d’arte all’evento in questione.

Descrizione dell’opera

L’Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 è un dipinto a china acquerellato. L’opera su carta è di 38 centimetri per 58. Il disegno immortala l’ingresso nella capitale del Regno delle Due Sicilie di Giuseppe Garibaldi. Quest’ultimo appare accompagnato nella città dalle sue truppe militari. Lo spirito del condottiero in quel momento è vittorioso, in quanto acclamato dalla folla che lo porta in trionfo. Sfondo attivo del momento è la vecchia piazza Spirito Santo divenuta in seguito a questo evento piazza Sette Settembre.
Il dipinto funge anche da memoria fotografica della città. Si possono notare, infatti, le differenze presenti oggi nella piazza e, soprattutto, nel Palazzo Doria d’Angri di Luigi Vanvitelli, dal cui balcone principale Garibaldi proclamò l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello d’Italia.



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