Carte e ffémmene fanno chello ca vonno: il detto napoletano sulla donna

Un modo di dire napoletano dedicato alla figura femminile, comparata alle carte da gioco

Tradizioni e Curiosità
Articolo di , 07 Mar 2022
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La Campania è una terra ricca sotto tanti punti di vista. È ricca sotto l’aspetto culturale, lo è sotto l’aspetto linguistico. E ciò confluisce all’interno di un sistema comunicativo incredibilmente cospicuo. I tantissimi vocaboli campani ancor oggi presenti si sono intersecati nell’uno e nell’altro modo, fino a formare delle espressioni tipiche della zona, le quali hanno rappresentato la storia e lo stile del posto. E continuano a farlo, grazie a un’opera di trasmissione che va avanti di generazione in generazione.

Tutto è stimolo e ispirazione per i modi di dire campani, soprattutto ciò che sta più a cuore ai napoletani. E le donne ne rappresentano l’emblema.
Molte sono infatti le espressioni peculiari che riguardano il genere femminile, così primario della città partenopea.

E molte sono anche le espressioni legate alle carte.
Le carte napoletane sono difatti un grande simbolo della città, così peculiari, così vispe e così universali. E i napoletani le utilizzano nei modi di dire trascendendole, dando a esse dei significati simbolici per riferirsi a fatti della vita, a circostanze ridondanti, a avvenimenti costanti.

E capita che due elementi importanti per il popolo si uniscano in dei detti.
È questo il caso di un detto che riguarda le donne, ma al contempo anche le carte.

Carte e ffémmene fanno chello ca vonno

“Carte e ffémmene fanno chello ca vonno” è una frase lapalissianamente campana.

Si tratta di un modo di dire che azzarda una comparazione particolare. Mette infatti in correlazione le appartenenti al genere femminile e le carte da gioco.
Secondo quanto sostenuto dal detto, le carte, così come le donne, fanno ciò che vogliono.

Carte e ffémmene fanno chello ca vonno sottolinea perciò l’indomabilità delle carte da gioco, così forte da essere paragonata a quella delle appartenenti al genere femminile. Il paragone, perciò, regge sull’indipendenza delle due figure, le quali appunto non sono scontate e non sono affatto governabili.

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