‘A canzone d’o Capodanno: la storia del canto popolare napoletano portafortuna

Arte e Cultura
Articolo di , 29 Dic 2020

 

Napoli è quel luogo magico in cui sacro e profano hanno modo di mischiarsi con grande eleganza, rendendo ogni suo abitante portatore di un patrimonio culturale praticamente inestimabile. Il canto popolare napoletano racchiude un insieme di tradizioni sconfinato, attraverso il quale musicisti o semplici appassionati, possono approfondire la storia della città con spontaneità; pur osservando un atteggiamento minuzioso. Negli anni, sono nate diverse correnti letterarie sulla scia del canto tradizionale partenopeo. Uno di questi,  quello de “la ‘nferta”, ovvero l’offerta, raccoglie spesso i tratti della sceneggiata e presenta alcuni meravigliosi esempi tradizionali. Tra i più evocativi, figura senz’altro ‘A canzone d’o Capodanno, canto popolare napoletano con cui i cantastorie auguravano un buon anno entrante ai loro ascoltatori, di cui in quest’articolo racconteremo la storia.

La storia de ‘A canzone d’o Capodanno

‘A canzone d’o Capodanno è un brano particolarmente datato che, in realtà, è tristemente caduto in disuso, specie nel capoluogo partenopeo. Trattasi di un canto augurale che, abitualmente, veniva portato in giro, in compagnia, con fare gioviale e, per certi versi, goliardico. Il fine ultimo dei suoi interpreti era quello di ottenere un’offerta da parte di nobili e commercianti che poteva consistere in denaro o in viveri e generi di prima necessità.

 

La canzone veniva introdotta come una vera e propria sceneggiata attraverso dei versi parlati che recitavano: “ao’bbuon Dio è ao’bbuon Capodanno. Tant’oro e arigento te puozze abbuscà auanno, quanto peso io, ‘a pret e tutte e panne”. Di seguito, si usava lanciare una pietra ai piedi della persona a cui era rivolto l’augurio. Sebbene si tratti di un brano arcaico, ‘A canzone d’o Capodanno raggiunse un picco di fama per il quale fu inserita in alcune versioni de “La cantata dei pastori”.

 

Le sue origini sono molto antiche. Composta da un autore anonimo, presumibilmente abitante di Meta di Sorrento, le cui iniziali erano “E. C.”; negli anni, il testo della canzone di Capodanno ha subito alcune modifiche, le più significative, ad opera di un uomo di nome Prospero Cafiero. Per questa ragione, la versione originale differisce considerevolmente dalla sua rivisitazione, presentando dei versi dedicati a professionisti e lavoratori. Sebbene il motivo della nascita del brano fosse quello di ricevere un’offerta, alla base della sua creazione, risiedeva il rispetto per le gerarchie famigliari. La composizione, del resto, si contraddistingue per una struttura acuta, sia dal punto di vista melodico; basandosi su un 6/8 ben scandito tra le strofe, che sotto l’aspetto lirico, la cui satira arguta, ha appassionato alcuni tra i più grandi letterati del passato.

Il brano come tradizione familiare

Suonato con strumenti tipici del folklore partenopeo, tra cui tamburelli, putipù e scietavaisse, il canto di capodanno si apriva con l’annuncio della fine dell’anno ed il bisogno di passare la notte nel segno dell’allegria. Pur trattandosi di un brano simbolo della “posteggia” napoletana; ‘A canzone d’o Capodanno veniva intonata dai figli per i genitori o, in generale, veniva posta al centro delle celebrazioni in famiglia; talvolta coinvolgendo anche il resto del vicinato.

 

Il testo della canzone continua per una settimana in strofa, affrontando argomenti che vanno dal mito alla storia, passando per la realtà cittadina, il sentimento religioso e, infine gli auguri per un prospero anno. Dopo essersi soffermato sull’infanzia del Cristo, il canto si chiude con l’auspicio di rincontrarsi a distanza di un anno in condizioni di maggiore benessere. Di solito, gli interpreti alternavano ai versi cantati, alcune parti recitate, rendendo il canto ancor più solenne ed incisivo. Pur passando, ormai da tempo, in secondo piano, ‘A canzone d’o Capodanno rappresenta un pezzo importante della cultura napoletana.

 

Fonte: Eccellenze Meridionali.it

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