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Campi Flegrei, uno studio analizza il rischio eruzione imminente: “Non ci sono le condizioni”
A. Silvestri
13 Gen 2026 - 10:01
Foto Alessandra Silvestri

Campi Flegrei, uno studio analizza il rischio eruzione imminente: “Non ci sono le condizioni”

Gli scienziati rassicurano: il sollevamento del suolo è legato al magma in profondità, ma servirebbero decenni prima di ipotizzare un evento eruttivo.

Il bradisismo che da anni interessa l’area dei Campi Flegrei continua a preoccupare cittadini e istituzioni, ma un nuovo studio scientifico invita alla prudenza e, soprattutto, alla calma. Secondo la ricerca pubblicata sulla rivista Communications Earth and Environment dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dall’Università di Ginevra, non ci sono attualmente le condizioni per un’eruzione. Gli scienziati spiegano che, anche se il sollevamento del suolo dovesse continuare con le stesse caratteristiche osservate oggi, sarebbero necessari decenni perché la sorgente di magma possa raggiungere dimensioni tali da innescare un evento eruttivo, paragonabile a quello che nel 1538 portò alla nascita del Monte Nuovo.

Lo studio: modelli, magma e scenari possibili

La ricerca si basa su modelli termici e petrologici e propone uno scenario di riferimento per valutare se e quando i Campi Flegrei potrebbero dar luogo a un’eruzione. L’ipotesi di partenza è che il bradisismo osservato dal 2005, così come quello degli anni ’50, ’70 e ’80, sarebbe causato da successive intrusioni di magma a circa 4 chilometri di profondità.

“Abbiamo scelto questa assunzione perché è la più cautelativa per chi vive nell’area flegrea e consente di definire un possibile scenario evolutivo”, spiega Stefano Carlino, ricercatore INGV e co-autore dello studio.
Tuttavia, lo stesso Carlino precisa: “Si tratta di una condizione possibile, ma non facile da verificare. I nostri risultati derivano dall’ipotesi che il sollevamento sia alimentato dal magma in risalita e, in parte, dai fluidi che ne fuoriescono”.

Perché un’eruzione oggi è improbabile

Anche ammettendo la presenza di magma “eruttabile” a circa 4 chilometri di profondità, diversi fattori ostacolano una possibile eruzione. A sottolinearlo è Luca Caricchi dell’Università di Ginevra, altro autore della ricerca. “I nostri calcoli suggeriscono che, sebbene la pressione interna del serbatoio magmatico potrebbe essere sufficiente a fratturare la crosta, un’eruzione sarebbe ostacolata dalla combinazione di più elementi”, spiega Caricchi. Tra questi, in particolare, il volume ridotto del serbatoio magmatico e la deformazione viscosa della crosta che lo circonda.

In parole semplici: anche se il magma c’è, non è abbastanza e non ha l’energia necessaria per risalire fino in superficie.

Il nodo principale: il serbatoio magmatico è troppo piccolo

Su questo punto insistono anche Charline Lormand e Guy Simpson, ricercatori dell’Università di Ginevra. “Il ridotto volume del serbatoio magmatico rappresenta attualmente uno degli ostacoli maggiori all’eruzione”, spiegano. Se il magma dovesse iniziare a fuoriuscire, la pressione interna calerebbe rapidamente, impedendo al materiale di continuare la risalita. In sostanza, mancherebbe la “spinta” necessaria per arrivare in superficie e generare un’eruzione.

Cosa significa per chi vive nell’area flegrea

Il messaggio che arriva dalla comunità scientifica è allora chiaro: la situazione va monitorata con attenzione, ma non c’è un pericolo imminente. Il bradisismo resta un fenomeno complesso e da seguire passo dopo passo, ma allo stato attuale non ci sono segnali che facciano pensare a un’eruzione a breve termine. Un dato importante, soprattutto per i residenti di Pozzuoli, Bacoli, Quarto e dei quartieri occidentali di Napoli, che convivono  con scosse, sollevamenti e timori.

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