La leggenda della barchetta fantasma a Posillipo

Annunziata Buggio
La leggenda della barchetta fantasma a Posillipo
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La Barchetta Fantasma è una delle tante leggende napoletane, a sfondo sentimentale, venuta fuori dalla penna di Matilde Serao, che ha trasportato il drammatico racconto orale in chiave letteraria.

L’hai tu vista? L’hai mai vista la barchetta fantasma?

Napoli è uno scrigno di leggende e di misteri, frutto di racconti popolari che sono cresciuti fra i vicoli pittoreschi della nostra città e sopravvissuti al tempo e alla storia.

Lo scorcio marino di Posillipo, fa da cornice ad una celebre (e dimenticata) leggenda napoletana portata in auge dalla scrittrice, giornalista e poetessa Matilde Serao, la quale ha trasportato il dramma sentimentale di due amanti, in una piccola chicca letteraria e fantasiosa che ha ispirato l’arte in ogni sua forma: versi di canzoni, copioni teatrali, suggestioni poetiche e visioni pittoriche.

Prende corpo questo dramma di cui non si rammenta né il giorno né l’ora in cui è avvenuto; si conoscono solo i nomi dei tre protagonisti e le loro sfortunate vicende personali che inesorabilmente, sprofondano negli abissi del Golfo di Napoli.

La leggenda d’amore descrive che nel cuore di Napoli, viveva una bella donna di nome Tecla, andata in sposa ad un uomo di nome Bruno, entrambi agiati e ben voluti in società. Non fu un matrimonio d’amore per Tecla perché non amava suo marito anzi lo respingeva, ponendo le distanze fra entrambi, sfuggendo in sua presenza e ostentando sempre un’espressione di superiorità. Lui, Bruno l’amava appassionato, rivolgendo parole sussurrate, lettere d’amore sparse nelle sue stanze, sperimentava ogni gesto che potesse intenerire il suo gelido cuore. Voleva conquistarla a tutti i costi, voleva esser ricambiato dentro e fuori dal letto coniugale, ma Tecla non aveva le ambizioni di un’amante appassionata e il suo concedersi era soltanto un atto di dovere; un dovere che le pesava.

Tecla aveva ammesso in più circostanze di non amarlo e che Bruno doveva rassegnarsi all’idea di sperare che i suoi sentimenti venissero ricambiati; ogni vano tentativo era inutile, lui si sentiva inutile, aveva una moglie che non lo degnava ma neppure lo odiava e preferiva allontanarsi dalla sua presenza. Bruno accecato di passione doveva odiarla, almeno avrebbe messo fine alle sue angoscia… avrebbe dovuto ammazzarla come nei tanti delitti passionali che hanno insanguinato le strade di Napoli; non poteva, l’amava troppo e poi non se lo sarebbe mai potuto perdonare e tentava invano di rassegnarsi. Lei era croce e delizia dei suoi pensieri.

Ma un giorno accadde l’inevitabile: Tecla da gelida creatura, altezzosa e superba com’era, scoprì invece il dardo dell’amore che la colpì; l’accecante passione che divorava alla stesso modo suo marito. Dovette ricredersi: il vero amore esisteva, aveva un nome è un volto, quello del bell’Aldo, signore e galantuomo. Fu uno di quei giorni, di quelli che non si dimenticano, un incontro casuale voluto da destino, lo stesso che l’avrebbe spinti alla morte.

Fra Tecla e Aldo vi fu soltanto uno sguardo di reciproca intesa, un connubio di anime rapite l’uno dall’altro. Sentivano all’unisono di comprendersi senza conoscersi e che in loro scorreva un’energia particolare che soltanto loro due potevano percepire: alchimia, quel potere misterioso che mette in simbiosi due anime di sensibilità diverse e lontane, ancor prima di conoscersi, concretizzandosi in anime gemelle, perfetti e sconosciuti amanti. Complici e vittime.

Tecla per un attimo vacillò all’idea di provare un sentimento così spiazzante, in cuor suo irragionevole, mai provato, negando a sé stessa di sentire qualcosa per quell’uomo, un qualcosa di inevitabile e oscuro. Se ne stava nel salone delle feste, con il cuore in gola, invitata ad un fastoso ballo; Bruno la vide reggersi ad una finestra con il volto pallido e un’aria triste. Le chiese il motivo preoccupandosi del suo stato di salute; ammise di non sentirsi bene e tremante dal freddo, tornarono a casa.

Per venti notti, Tecla era caduta in uno stato di dormiveglia, sempre più pallida e magra: si era innamorata di Aldo vergognandosi dei suoi sentimenti, mentre il marito le stava accanto più che mai per sanare il suo malessere fisico, ignorando che fosse dovuto al tormento d’amore.

Una sera, Tecla uscì fuori dalla sua camera, affacciatasi sull’ampio terrazzo con permetteva la discesa a mare, volgendo il suo sguardo nelle acque scure di Posillipo, nel tiepido clima primaverile. Aldo era là, chissà da quando (o da quanti giorni) sostava appassionato sotto al suo loggiato. Si capivano senza parole, come nel tipico linguaggio degli amanti; nel cuore della notte si frequentavano di nascosto, noleggiando una barchetta che li avrebbe condotti in aperto mare, lontano da sguardi indiscreti, per trascorrere un’intense e dolci ore. Aldo era l’uomo della sua vita.

In una di quelle sera, Tecla decise di scappare con lui, e dietro appuntamento, salì sulla barchetta che ormai era diventata il suo talamo d’amore, un giaciglio perfetto dove poter dimenticare Bruno e un matrimonio infelice. Incurante di ogni pericolo, gli amanti si avviarono in mare aperto durante una  terribile tempesta; qualcosa turbava i pensieri di Tecla, si sentiva osservata, minacciata da una presenza oscura.

Aldo cercava di rincuorarla e che da li a poco avrebbero avuto la felicità a portata di mano. Si sbagliavano; vi era un barcaiolo che scrutava nell’ombra l’idillio dei due innamorati: era Bruno camuffato da traghettatore che aveva scoperto l’ambizioso progetto di fuga degli amanti. Mentre la coppia si abbracciava per scambiarsi immensi baci e tenere effusioni, improvvisamente dall’oscurità del mare in tempesta, giunse la barca di Bruno che prese in pieno la barchetta degli amanti.

Bruno levatosi il mantello, mostra la sua identità, sogghignando e beffando le sorte degli innamorati, ripudiando per sempre l’ingrata Tecla. La barca si capovolse e trascinò con sé i corpi dei due amanti.

La leggenda narra che per tre volte gli amanti vennero a galla, abbracciati l’uno nell’altro e per tre volte si baciarono e poi affondarono insieme, annegando nelle acque di Posillipo. Avevano preferito le braccia della morte che una vita spesa nell’infelicità assoluta. Anche Bruno annegò  a seguito dello schianto con la sua imbarcazione durante quella terribile tempesta, sprofondando negli abissi portando con sé il suo orribile crimine.

Si racconta ancora oggi che durante le caldi notti d’estate è possibile scorgere la barchetta fantasma che condusse in mare aperto Aldo e Tecla; si intravede in penombra, il profilo di una barca con due entità a bordo che dolcemente naviga verso Posillipo, mentre un’altra imbarcazione giunge di lato con forza, urtando e capovolgendo la barchetta, da cui proviene un suono sinistro, voci indistinte che provengono dal mare. La leggenda vuole che a vedere la barchetta fantasma, siano soltanto le coppie davvero innamorate; solo a loro è concesso vedere la tragicità dell’evento, come prova del grande e vero amore.

Curiosità: Il gruppo musicale napoletano dei Nebra ha dedicato un brano alla leggenda popolare dal titolo “Cuore colpevole” (La barchetta fantasma). La “concept band” spazia dal rock, pop e blues, molto attivi sul territorio con numerose partecipazioni ad eventi live di rilievo. 



Comments to La leggenda della barchetta fantasma a Posillipo

  • Bellissima storia e bellissima leggenda come tutte le altre che si intrecciano con la mia città, unica nel mondo per la sua anima che si arricchisce ogni volta di sacro e profano contemporaneamente.

    D'Amato Vanda 9 luglio 2016 14:37 Rispondi

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