“Avimmo perso a Filippo e ‘o panaro”: un modo di dire dal sapore teatrale

Mariangela Martoccia

 

Esistono espressioni in grado di spiegare condizioni di vita con poche e semplici parole. Queste sono degli antichi detti che celano una saggezza popolare spesso dimenticata, o addirittura sconosciuta, dalle nuove generazioni. Vi do quindi un consiglio: non indugiate troppo nell’incertezza. Potreste perdere “Filippo e ‘o panaro”.

 

Ma che significa?

È legge nelle situazioni d’incertezza: mai indugiare troppo, altrimenti si rischia di perdere tutto, ogni alternativa disponibile, lasciandoci  senza prospettive e portandoci al fallimento. La saggezza popolare conosce bene questo tipo di situazione. La lingua napoletana, per ciò, ha coniato un’espressione ad hoc per descriverla: “Avimmo perduto a Filippo e ‘o panaro”.

Ma chi è questo ignoto Filippo con il panaro? E da dove deriva questa simpatica metafora? Questo modo di dire vuol dire letteralmente “abbiamo perso a Filippo e la cesta”.

 

O panaro è la tipica cesta di vimini in cui, in altri tempi, si riponeva il pane. Onnipresente in ogni casa napoletana, anche nella sua forma più moderna in plastica, è indispensabile per riporre qualunque tipo di alimento o oggetto.

A Napoli ha acquisito un uso ancora più particolare: legato ad una corda viene calato giù dalla finestra per poi risalire ciò che dal basso viene riposto al suo interno, evitando così di scendere e risalire le scale, soprattutto se si abita ai piani più alti.

 

Per Filippo, invece, la questione è solo un po’ più complessa: Raffaele Bracale, esperto di teatro e non solo, lo identifica con il personaggio di una antica farsa pulcinellesca di metà Ottocento. In particolare, di una storia portata in scena da Antonio Petito, uno degli attori più celebri dell’epoca e famoso interprete della maschera di Pulcinella.

Filippo ha molto in comune con il più noto personaggio della commedia partenopea. Come lui è furbo e sempre pronto ad imbrogliare il proprio padrone.

 

A tal proposito, la storia narra che Pancrazio, il suo nobile padrone, affida al malfidato servo Filippo una cesta piena di ogni leccornia si possa desiderare con l’incarico di portarla fino a casa, prima del suo arrivo. Durante il tragitto il furbastro pensa bene di divorare, con i suoi degni compari, tutte le squisitezze che aveva con sé. Dopo aver gozzovigliato non curante delle conseguenze, intimidito troppo tardi dalla rabbia del padrone, Filippo non torna più a casa, preferendo così darsi alla fuga. Pancrazio, tradito e affranto, perde così “Filippo e ‘o panaro”.

 

 



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