Archeologia a Napoli: le terme di Via Terracina

Arte e Cultura
Articolo di , 08 Gen 2021

 

Durante i lavori per l’edificazione della Mostra d’Oltremare, nel 1939, sono state riportate alla luce delle antiche rovine: in via Terracina, infatti, sono state individuate delle Terme. Lo stabile appare, nel suo complesso, conservato in buone condizioni, eccezion fatta per alcuni particolari, tant’è vero che nelle decorazioni musive di alcuni pavimenti, gli elementi architettonici e ornamentali appaiono quasi del tutto scomparsi.

 

Tuttavia, la condizione in cui è stato rinvenuto il monumento consente di avere uno sguardo abbastanza accurato e preciso, sia per quanto concerne le tecniche costruttive adottate, sia per le modalità di funzionamento del bene (lo scopo per il quale era designato).

 

Ma vediamo insieme un po’ di storia!

L’edificio risale alla prima metà del II sec. d.C. . Articolato su più livelli, era rifornito grazie all’acquedotto del Serino. Si denota certamente che nel corso degli anni abbia subito numerosi interventi che ne hanno modificato gli spazi, sancendo nuovi percorsi.

 

Ad esempio, costruiti a posteriori rispetto al nucleo originario, sono: il corridoio di ingresso che nel medioevo era adibito a cisterna, gli ambienti (probabilmente tabernae) e la latrina, chiusa in alto da una copertura a semicupola.

 

Il sistema di illuminazione era sorprendentemente geniale: la luce naturale filtrava attraverso cinque finestre che si aprivano nella parete semicircolare, in modo da assicurare l’illuminazione completa dell’ambiente.

Ma questa non è l’unica trovata di ingegno. Addirittura lungo il perimetro dell’emiciclo corre un canale di scolo delle acque continuamente rifornito attraverso condotti sotterranei!

 

Immaginatevi lì a quel tempo, e pensate che, proprio nel locale sopra descritto, si possono riconoscere i fori per i supporti dei sedili in pietra o in marmo. Inoltre, nella canaletta di marmo, che è ben visibile e poco discosta dal muro, scorreva il rivolo d’acqua: è qui che venivano bagnate le spugne utilizzate per la pulizia personale.

 

All’interno delle terme, è riconoscibile anche lo spogliatoio (apodyterium), dove il mosaico del pavimento, per buona sorte, appare ben conservato. Esso rappresenta una nereide seduta sulla coda di un giovane tritone; agli angoli superiori, poi, sono raffigurati due amorini, mentre in basso all’angolo sinistro vi è un delfino.

 

Molti erano i percorsi che gli ospiti potevano scegliere e variavano a seconda delle preferenze e delle mode terapeutiche. Ogni sala, aveva una propria temperatura.

 

Una curiosità di quel tempo, è che prima di accedere ai locali termali, era usanza preparare il fisico facendo dell’attività ginnica. Purtroppo in questo caso, non si sa con esattezza dove fossero ubicate le palestre.

 

Ciò che sappiamo, tuttavia, è che a causa del crollo parziale della pavimentazione e dei rivestimenti parietali, si sono messi a nudo gli elementi strutturali connessi alla produzione del calore: dai forni, alle intercapedini al di sotto dei pavimenti. Secondo lo schema di Vitruvio, però, gli ambienti risultano orientati mediante oggetti sfalsati in modo da poter sfruttare nel miglior modo possibile sia il calore che la luce del sole durante le ore pomeridiane, momento di maggior afflusso di gente.

 

Possiamo affermare con certezza che ciò che colpisce maggiormente visitando le terme sono sicuramente i pochi mosaici che hanno resistito fino ai giorni nostri. Infatti molti sono andati perduti, probabilmente a causa dell’umidità o forse per infiltrazioni vegetali.

 

Ad ogni modo, anche quelli che sono ben visibili, non sono giunti in condizioni ottimali. Quasi tutta la pavimentazione era decorata con tessere bianche e con cornice nera. Tre ambienti, invece, raffiguravano soggetti marini.

 

Cosi come alcuni ambienti sono stati aggiunti in periodi successivi alla costruzione delle terme, anche per i mosaici sono evidenti tracce di rifacimenti, di gran lunga qualitativamente peggiori.

L’analisi dei soggetti risulta però facilitata dal confronto con alcuni mosaici di Ostia che, in qualche modo, derivano da cartoni decisamente simili.

La lettura degli stessi, tuttavia, è complicata. Molte furono le figure modificate nel tempo. Forse per rispondere ad esigenze pratiche, oppure iconologiche.

 

Sicuramente ci troviamo di fronte ad una splendida ed inaspettata scoperta, da difendere e salvaguardare il più possibile. Questo, ad oggi, è reso possibile grazie all’intervento costante di un gruppo di volontari che da anni cura molto attentamente il sito, garantendo pulizia e manutenzione: il Gruppo Archeologico Napoletano, un’associazione onlus, attiva dal 1971, che collabora con gli organi istituzionali nella tutela dei beni archeologici e culturali.

 

Fonte : I Campi Flegrei, un itinerario archeologico, a cura di: Paolo Amalfitano, Giuseppe Camodeca, Maura Medri.

 

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