Al Cotugno di Napoli i medici guariti donano il plasma per curare i pazienti

Paola Palmieri

Al via la cura al Plasma

 

Maurizio Di Mauro, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli a Napoli, che comprende il Cotugno, spiega la giornata in cui parte la plasmaferesi, terapia contro Covid-19 basata sul plasma dei guariti, che contiene gli anticorpi che permettono ad altri ammalati di rispondere subito al virus. La terapia parte nel nuovo ambulatorio per i pazienti guariti dal covid19, in cui si seguirà il follow up dei guariti e verranno arruolati i donatori che volontariamente, doneranno il plasma una volta trattato, sarà somministrato ai pazienti affetti da covid19.

 

Di Mauro ha dichiarato: “Oggi parte il protocollo con il plasma al Cotugno e i primi a donare gli anticorpi sono i medici napoletani che hanno lavorato con i pazienti covid, si sono infettati, sono guariti e oggi donano per vedere guarire altri contagiati”. E continua affermando:  “il Cotugno ha dato tutto con i suoi operatori, infermieri, medici, tecnici che hanno affrontato la pandemia. Oggi avviamo questo protocollo che ci consente di trattare soggetti Covid positivi con gli anticorpi specifici, è una terapia che speriamo possa dare un buon risultato. Oggi a donare sono i medici, abbiamo creato una rete di umanizzazione che parte dal contagio e finisce all’aiuto ad altri malati”.

 

Al Cotugno di Napoli ci sarà uno spazio dedicato a coloro che sono guariti dal Covid e che vogliono donare il proprio plasma. Con l’apertura di un laboratorio dove saranno effettuati tamponi e prelievi di sangue  è partito ufficialmente in Campania il protocollo sperimentale ‘Tsunami’ per il trattamento delle polmoniti da Covid-19 con il plasma iperimmune. La prima fase della sperimentazione consiste nel reclutamento dei donatori, tutti volontari, che presentano un’elevata carica anticorpale. I primi pazienti guariti dal Covid del Cotugno, che si sono sottoposti allo screening sono stati i medici che hanno dovuto lottare contro il virus. Tra questi Stefano Lepore, ortopedico dell’ospedale Cardarelli, e Antonio Corcione, primario del reparto di anestesia dell’ospedale Monaldi. Lepore ha affermato:“Sono stato uno dei primi ad infettarsi e sono stato ricoverato qui per 43 giorni , Conosco persone che non ce l’hanno fatta. Dare un contributo mi sembrava il minimo, ho voluto restituire quello che mi e’ stato dato qui da tutto il personale del Cotugno”.

 

In una fase seconda fase lo screening coinvolgerà i cittadini di Ariano Irpino (Avellino), uno dei comuni  più colpiti dal coronavirus. Roberto Parrella, direttore dell’unita’ operativa complessa di malattie infettive ad indirizzo respiratorio dell’ospedale Cotugno, ha speigato: “Le richieste di donazione sono tantissimem sia da persone che hanno superato la fase critica della malattia in ospedale che da persone guarite che si trovano a casa. Non tutti potranno donare: lo screening che si svolge in questo laboratorio ci permetterà di identificare i pazienti ‘ideali’, cioè quelli che non hanno patologie concomitanti e che abbiano un livello anticorpale adeguato per poter poi somministrare plasma di guariti a soggetti che invece sono ancora infetti. Avremo a disposizione anche uno spazio d’ascolto per un primo screening telefonico e poi, dopo ulteriori accertamenti in laboratorio, potranno donare al centro trasfusionale”.

 

La sperimentazione si avvarrà infatti della collaborazione del centro trasfusionale dell’ospedale Monaldi, diretto da Bruno Zuccarelli, che ha dichiarato:“Noi ci crediamo, – perchè ci sono state esperienze positive sia in Italia che all’estero.Ovviamente è un protocollo sperimentale ma rappresenta un’arma in più nella batteria di terapie con cui possiamo affrontare il Covid. Non è il miracolo di Lourdes, ma puo’ essere un tassello sul quale puntare”. “I lavori eseguiti fino ad oggi – ha detto Luigi Atripladi, direttore del laboratorio del Cotugno – ci dicono che questo trattamento puo’ essere di grande aiuto per i pazienti fragili. Bisogna pero’ fare uno screening ai donatori oltre alle consuete indagini di routine. Qui ci sarà la possibilità di verificare se i potenziali donatori hanno un buon livello di anticorpi e cosi’ potranno entrare nel circuito di donazione”.

 

 

(Fonte la Repubblica.it)



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