Abbazia del Goleto: tra simbolismo dei templari ed esoterismo bianco

Giusy Di Bonito
Abbazia del Goleto: tra simbolismo dei templari ed esoterismo bianco
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L’abbazia del Goleto, la cittadella monastica del Santissimo Salvatore al Goleto è un complesso religioso, risalente al XII secolo, che sorse a partire dal 1133 ad opera di Guglielmo da Vercelli, che aveva ricevuto il suolo per la nuova badia da Ruggero, signore normanno della vicina Monticchio, località oggi disabitata, situata tra S. Angelo dei Lombardi e Rocca San Felice.

 

L’abbazia del Goleto, la cittadella monastica del Santissimo Salvatore al Goleto è un complesso religioso, risalente al XII secolo, che sorse a partire dal 1133 ad opera di Guglielmo da Vercelli, che aveva ricevuto il suolo per la nuova badia da Ruggero, signore normanno della vicina Monticchio, località oggi disabitata, situata tra S. Angelo dei Lombardi e Rocca San Felice.

 

Per volontà del fondatore, il vasto fabbricato primitivo era destinato ad ospitare una comunità mista di monache e monaci, dove l’autorità suprema era rappresentata dalla Badessa, mentre ai monaci era affidato il servizio liturgico e la cura della parte amministrativa.

 

Questo complesso, che ruotava attorno alla chiesa del Santissimo Salvatore, posta al centro e con la facciata volta ad occidente, comprendeva il monastero grande delle monache, a fianco dell’abside, e quello più piccolo dei monaci, davanti alla facciata.

 

Disseminati nell’abbazia ci sono vari segni di esoterismo bianco come ad esempio un centro sacro che richiama la sacralità del luogo, la triplice cinta interpretata da alcuni come la stilizzazione del Tempio di Salomone a Gerusalemme o un punto di energia magnetica, la croce del Verbo che sembra richiamare alla mente anche quattro squadre.

Sotto la guida di celebri abbadesse – Febronia, Marina I e II, Agnese e Scolastica – la comunità crebbe e diventò famosa per la santità delle monache e il monastero si arricchì di terreni e di opere d’arte.

 

Nel 1212 la badessa Febronia fece costruire la torre difensiva per difendere la vita delle monache, anche perché molte erano rampolle di famiglie aristocratiche. Nella torre sono stati riutilizzati frammenti di un mausoleo di un generale romano Paccio Marcello che comandava la VI legione sciitica. La torre è arricchita da alcune sculture simboliche: la mezzaluna legata al cristianesimo come luce e conoscenza, il volto di Dio, la cupola della roccia, la conchiglia legata a San Giacomo, il fiore della vita; i vari simboli sono legati a Gerusalemme e accrescono l’idea che qui potessero trovarsi i templari.

 

Il monastero era anche punto di sosta dei pellegrini che si recavano a Gerusalemme trovandosi sulla grossa direttrice viaria romana, la via Appia pertanto non si esclude la presenza di templari, di scorta ai pellegrini.

Per circa due secoli la comunità monastica esercitò una forte influenza in special modo sull’Irpinia, la Puglia e la Basilicata, grazie anche alla predilezione e protezione che la nobiltà normanno-sveva ebbe sempre su di essa. A partire, però, dal 1348, anno della peste nera, iniziò una lenta ed inesorabile decadenza che determinò, il 24 gennaio 1506, la soppressione, ad opera del Papa Giulio II, della comunità monastica che, di fatto, avvenne con la morte dell’ultima abbadessa nel 1515. Con la fine della comunità femminile goletana, il monastero fu unito a quello di Montevergine, che provvide ad assicurare la presenza di alcuni monaci.

 

Altro momento di splendore è stato il ‘700, quando negli anni 1735-45 è stata progettata la chiesa del Vaccaro poi crollata dopo il 1807 probabilmente per un terremoto. Attualmente è priva di copertura, ma conserva il fascino tipico dei ruderi diroccati. Il sarcofago di San Guglielmo doveva trovarsi sull’altare, successivamente spostato in chiesa, mentre i suoi resti sono stati spostati a Montevergine.

 

Iniziò così una lenta ripresa che culminò, verso la metà del XVIII secolo, a seguito degli ingenti danni subiti dal complesso a causa del terremoto del 29 novembre 1732, con il restauro completo del monastero e la costruzione della chiesa grande, opera di Domenico Antonio Vaccaro.
Nel 1807 il sovrano di Napoli, Giuseppe Bonaparte, soppresse l’Abbazia. Il corpo di San Guglielmo fu traslato a Montevergine e le suppellettili del Goleto furono divise tra i paesi vicini.

 

Dal 1807 al 1973 il monastero restò abbandonato così chiunque poté trafugare portali e pietre, i tetti e le mura crollarono, i rovi diventarono padroni incontrastati insieme ad animali di ogni tipo. Solo il casale dei contadini continuò la sua vita secolare. Nel 1973 si stabilì tra i ruderi dell’abbazia P. Lucio Maria De Marino, un monaco benedettino proveniente da Montevergine, e con lui ebbero inizio i primi lavori di restauro che pian piano permisero il recupero funzionale del complesso monastico, restituendolo a nuova vita e allo splendore che oggi tutti possono ammirare.

 

Dal 1990 sono i Piccoli Fratelli della Comunità Jesus Caritas, ispirata a Charles De Foucauld, che si prendono cura dell’animazione spirituale del complesso goletano.

 

Gioiello nell’Abbazia è la cappella di San Luca che si raggiunge attraverso una scala esterna dove si vede un corrimano a forma di serpente con un pomo in bocca, monito alla tentazione oppure, come vogliono altre tradizioni non legate alla visione cristiana, rappresenta la chiave della conoscenza. La chiesa fu fatta costruire nel 1255 dalla badessa Marina per ospitare una reliquia di San Luca, forse l’ulna probabilmente conservata nell’altare interno (oggi si conserva il reliquario); vi compare anche la croce patente uno dei simboli più sacri ai templari. Nel frontespizio c’è una figura leonina che nell’accezione cristiana rappresenta la forza cristiana. Dei numerosi affreschi che dovevano decorare l’ambiente resta solo traccia dell’affresco delle badesse Scolastica e Marina e alcuni episodi della vita di San Guglielmo. È probabile che tecnici della corte di Federico II abbiano lavorato nella cappella di San Luca, avendo dei rapporti con la badessa Marina. C’è una scultura di San Guglielmo con il lupo come vuole il racconto secondo cui tale animale sbranò il mulo del santo e successivamente venne ammansito oppure si lega alla trasposizione della tradizione pagana che vede il lupo come l’animale totemico degli irpini. La distribuzione spaziale ricorda le aule del Capitolo dove si riunivano per studiare i testi sacri. Nella parete rivolta a nord probabilmente era collocata la cattedra della badessa. In una delle colonne compare l’allegoria dell’albero della vita mentre nell’altra centrale alla base si vedono i topi che aggrediscono la colonna, ovvero il topo animale del maleficio può attaccare se ci si allontana dalla fede. Altra simbologia è legata al pavimento (oggi di restauro) ha 8 mattonelle per lato simbolo della rinascita nella tradizione cristiana come la base della colonna dell’albero della vita e l’alternanza del bianco e nero è spesso legata alla simbologia templare.



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