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A Napoli “basta ‘na jurnata e sole”, perché siamo nati sul mare
A. Genova
2 Feb 2026 - 15:11
Foto Chiara Zobel

A Napoli “basta ‘na jurnata e sole”, perché siamo nati sul mare

Anche la scorsa domenica, le coste di Posillipo si sono ricoperte di persone che non hanno potuto ignorare il richiamo di una “staggione” - la più bella - arrivata prima del previsto.

Un tempo, per i napoletani, il ritorno e la fine dell’estate erano scanditi da due date religiose: dalla Madonna del Carmine (16 luglio) fino al giorno della Madonna dell’Assunta (15 agosto). Per la borghesia, invece, l’estate si poteva prolungare anche fino al giorno in cui si celebra la Madonna di Piedigrotta (8 settembre) e poteva incominciare fin da subito dopo l’ultimo giorno di scuola di fine giugno. C’era poi chi abitava sul mare, chi abitava il mare e, per costoro, la stagione – la bella stagione – non aveva alcun limite temporale.

Pensiamo oggi alle domeniche di febbraio in costume, in cui le temperature sono superiori alle medie stagionali e quasi sfiorano i diciotto gradi di massima in inverno, e ci chiediamo (mentre approfittiamo di questo sole che avvolge, risveglia e quasi sembra un regalo):

Ma qual è questa bella stagione e a cosa fa si riferisce, a maggior ragione quando punti di riferimento temporali e climatici vengono a mancare, come sta succedendo oggi? Sarà mica uno stato d’animo, lo stesso che appartiene da sempre a chi vive sul mare e che può essere condiviso e abbracciato da tutti coloro che lo cercano – fosse solo per la vista – appena ne hanno la possibilità? Appena la bella stagione compare da dietro il Vesuvio?

Una bella giornata che pare rubata, come tutte le cose che sono in anticipo

Proprio sulla costa di Posillipo, così come altrove, da qualche domenica a questa parte, c’è chi si sdraia al sole, godendosi una stagione che pare rubata come tutte le cose che sono in anticipo; c’è anche chi riflette, con un po’ di preoccupazione, sul cambiamento climatico prima di tuffarsi nel mare fuori stagione.

Le spiagge di Napoli diventano, così, una terrazza dove stendersi e farsi raggiungere da un calore di primavera che ha quasi il sapore della prima estate. E non poteva che essere proprio una terrazza quella dalla quale entra “la bella giornata” nell’opera di Raffaele La Capria:

«Sulla terrazza della cucina. Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore».

Lo scrittore napoletano (Premio Strega) Raffaele La Capria ci visse, sul mare, proprio su questo mare di Posillipo, da quando aveva dieci anni fino a trenta quasi, e ne trascrisse magistralmente i sentimenti, sentimenti che, mai come in questo caso, possiamo provare a definire subacquei, per la profondità e lo smarrimento delle emozioni proprie degli anni della gioventù (ma anche – diciamocelo – in quelli a venire); una gioventù – la sua – vissuta a picco sul mare. Lo scrittore viveva, infatti, in un appartamento a Palazzo Donn’Anna, quello delle leggende, quello la cui vista tufacea rilassa e assorbe le preoccupazioni di chi, il weekend, sceglie di trascorrerlo nelle zone balneari di Posillipo.

Questo palazzo, “Il palazzo che naviga nel mare”, è quello di cui si parla nella sua opera più importante Ferito a morte”, l’opera che celebra e illumina il mito della bella giornata e che prende avvio dal risveglio del protagonista, alla cui finestra arriva il rumore delle palafitte che gli operai dello stabilimento balneare (su cui si affacciava la sua camera da letto) stavano montando per il ritorno della calda stagione. Si trattava dello stabilimento Bagno Elena, sulla spiaggia di Palazzo Donn’Anna, dove bastava un lontano rumore delle palafitte a annunciare che la stagione di belle giornate stava arrivando per tutti, anche per chi non la viveva nel profondo, tutto l’anno.

La “bella giornata” è (in La Capria), infatti, nient’altro che un tempo: un “tempo del raccolto”, il “tempo della nostra lucente gioventù”, un “tempo tutto napoletano” e, per questo, resta una dimensione senza alcun margine di spazio e possibilità, e senza palafitta alcuna.

Una bella giornata che è tutta una stagione

Il mito della bella giornata, come scrive Sandro Veronesi nella prefazione di “Ferito a morte”, è una questione complessa, ma che parte sicuramente dalle “condizioni metereologiche, dal colore del mare e del cielo, dalla brezza, dal sole”. Favorite queste condizioni e premesso che la bella giornata è tale proprio perché non ha nulla di eclatante in sé (perché non ci si aspetta nulla da essa), la complessità della sua filosofia sta nel fatto che questo tipo di giornata è “bella per conto suo, e indifferente come la natura al destino dell’uomo”.

È per questo che la assumiamo senza nemmeno rendercene conto, pur solo quell’unico giorno che decidiamo di trascorrere al mare visto che la giornata è quella bella, è quella calda, è una giornata che porta i rumori delle palafitte di stabilimenti che si impiantano via via sulle coste.

È una giornata che è tutta una stagione ed è una sensazione che abbiamo voglia di provare in mezzo alla folla, sotto le ville storiche di Posillipo, con quel bisogno sempre intrinseco che abbiamo di svestirci, alleggerirci, liberarci; di fare aperitivo sulla sabbia e di trattenerci fino al pranzo, fino all’ora della siesta, fino a quando la bella giornata non decide – da sé – di tramontare.

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