5 parole napoletane che derivano dall’arabo, da Tamarro a… Guallera!
Tra le decine di influenze linguistiche, il napoletano conta anche l'arabo, ispirazione di parole di uso comune straordinarie.
In queste sedi ci siamo più volte interrogati e soffermati sulle origini, straniere e non, delle parole napoletane. Abbiamo parlato di piatti con origini e nomi stranieri antichissimi, insulti, parole intraducibili e chi più ne ha più ne metta. Oggi vogliamo parlarvi di parole napoletane che derivano non dal francese, né dallo spagnolo, bensì dall’arabo!
1) Tamarro
Da Tamàr, ossia dall’arabo: produttore di datteri. È sinonimo di una persona che non conosce i modi adeguati di stare in società. Dall’aspetto e dai modi rozzi, villani, volgari. Evidentemente questi produttori di datteri non dovevano essere delle brave persone. Chissà se fossero più o meno volgari dei tamarri che conosciamo al giorno d’oggi.
2) ‘Na ciofeca
Da šafèq, che sta ad indicare una bevanda disgustosa che dà spunto al riferimento a una cosa scadente, di seconda mano.
L’applicazione suprema, in napoletano, per il termine “ciofeca” è quello del caffè. Un caffè schifoso, quello lungo, pieno di posa, ca non sape ‘e niente, acquiccio, non fatto a regola d’arte è la quintessenza della ciofeca massima. Al riguardo Eduardo De Filippo e Totò hanno fatto scuola. Ripasso obbligatorio: la scena del caffè storica presente in Natale in casa Cupiello dove a Luca Cupiello viene servito il caffè terribile dalla moglie concetta. Ancora, Totò nei film Totò a colori e I due marescialli in cui vengono illustrate le reazioni necessarie per una ciofeca insostenibile da bere: “E ALLORA DITELO! CHE È UNA CIOFECA! E NON SCRIVETE PIÙ CAFFÈ DELLO SPORT, MA CIOFECA DELLO SPORT!”
3) ‘Ccafè
Così come dagli arabi abbiamo preso il termine per indicare un pessimo caffè, abbiamo anche appreso la parola stessa. ‘O ccafè deriva dalla parola qahwa, ossia bevanda eccitante. Dal momento che al punto 2) vi abbiamo consigliato di (in realtà vi abbiamo moralmente obbligato a) ripassare le scene delle ciofeche nei film napoletani, qui vi consigliamo la visione della scena di Questi fantasmi, dove Pasquale Lojacono illustra il perfetto caffè da fare nella antica cuccumella napoletana.
4) ‘A carcioffola
L’ortaggio che noi utilizziamo per la santificazione indorata e fritta, oppure ripieni, deriva dal termine arabo kharshūf.
5) Guallera
Il termine più bello e poetico della lista. La celebre parola guallera, che in napoletano indica un concetto fisico – quello della sacca scrotale maschile – e quello metafisico – ossia la noia derivante dall’ozio o dall’interferenza di altre persone fastidiose nella nostra vita – ha un’origine stupenda.
Deriva da wadara: la wadara è il pantalone con il cavallo molto basso che arriva quasi alle ginocchia indossato da alcune popolazioni arabe. Da qui, il collegamento diretto è immediato. Dal cavallo basso, i napoletani avranno intuito la protuberanza fino alle ginocchia delle parti intime maschili che, un po’ per gravità, un po’ per noia, è cascata sin laggiù.
I napoletani utilizzano diverse forme creative per indicare la noia, ma tutte, più o meno rimandano alla guallera (per l’amor di Dio da scrivere con la g e non con la volgarissima w).
Ricordiamo qui, nei collegamenti all’arte culinaria ‘a guallera alla pizzaiola, ‘a guallera a filoscio con le varie declinazioni per tutti i gusti: ‘a guallera al ragù, ‘a guallera alla genovese. Forse una delle più poetiche e deliziose è m’e fatto ‘na guallera a pettola ‘e pastiera: il significato di questa espressione magica è il rimando alla sensazione di pressione del matterello sulle parti intime. Questo per non dimenticare anche tutte le forme più immediate e popolari: m’è abbuffato ‘a guallera, m’e fatto ‘na guallera accussì.
Tanto più è grande e gonfia la dimensione degli attributi, tanto più la noia sarà insostenibile. Tutta colpa degli arabi, dunque.

