23 novembre 1980: il terremoto che cambiò il volto della Campania

terremoto 1980
Claudio Pezzella

Un articolo in occasione del quarantesimo anniversario dalla tragedia del terremoto in Irpinia, per non dimenticare le migliaia di vittime coinvolte ed il sacrificio immane di intere popolazioni.

 

23 novembre 1980, sono passati quarant’anni da una delle tragedie più grandi nella storia della penisola italiana. La società moderna ed i suoi ritmi frenetici hanno portato l’essere umano a sentirsi, spesso, inarrestabile innanzi alle vicissitudini della vita e; soprattutto, invincibile rispetto all’ambiente che lo circonda. In un mondo sempre più urbanizzato, la forza della natura si rivela inaspettatamente, ricordando all’uomo delle sue fragilità. Ricordare il terremoto dell’Irpinia che, nel 1980, cambiò per sempre il volto della Campania, in un periodo storico così critico e delicato, in cui le nostre certezze sembrano, ancora una volta, vacillate, può essere interpretato come un forte monito alla rinascita se si pensa alla volontà dimostrata dai sopravvissuti nei momenti successivi alla catastrofe.

 

Era una domenica come le altre quella del 23 novembre del 1980. Alle 19.34, però, la vita di migliaia di persone cambiò per sempre mentre, quella di molte altre, venne portata via. Furono solo 90 i secondi che bastarono al sisma per distruggere interi paesi, radere al suolo case, cancellare il ricordo di borghi, strade e storie e, soprattutto, dare luogo ad un incubo interminabile per migliaia di famiglie. Oggi, a distanza di quarant’anni, occorre ricordare quella tragedia; affinché lo spirito di sacrificio delle persone rimaste coinvolte diventi una fonte d’ispirazione ed un motivo d’orgoglio per le generazioni future.

Ricordando il terremoto in Irpinia del 1980 

“Ad un tratto, la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano”. In “Ho visto morire il Sud”, Alberto Moravia fornì uno struggente quanto, tristemente dettagliato, spaccato delle condizioni del Mezzogiorno italiano nei giorni successivi alla catastrofe. Il terremoto colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale. Il sisma si caratterizzò da una magnitudo di 6.9 sulla scala Richter ed ebbe come suo epicentro i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania. Le conseguenze furono disastrose. Il terremoto in Irpinia del 1980 causò circa 3000 vittime, 280.000 furono gli sfollati e 8.848 i feriti.

La zona colpita dal sisma si estense per 17.000 Km, non lasciando scampo ad intere cittadine. Gli effetti del terremoto arrivarono a colpire tutta l’area centro meridionale della penisola italiana. Edifici fatiscenti o lesionati dal tempo, crollarono a Napoli. Fu emblematica la caduta di un palazzo sito in Via Stadera, a Poggioreale, in cui morirono 52 persone. Tra la Campania ed il Potentino, comunque, si registrarono numerose devastazioni.

Non fu, purtroppo, possibile decretare la reale entità dei danni da parte dei media italiani a causa di una brusca interruzione delle telecomunicazioni, a causa della quale, lanciare l’allarme fu impossibile. I titoli dei giornali cambiavano quotidianamente, incrementando la gravità delle descrizioni.

 

Il Mattino di Napoli passò da: “Un minuto di terrore – I morti sono centinaia”, sulla prima pagina del numero del 24 novembre al drammatico titolo rimasto impresso nella memoria storica della tragedia del 26 novembre: “Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti e dei rimasti senza tetto – FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla. Prima pagina resa poi celeberrima da Andy Wharol che la trasformò in una delle sua caratteristiche opere d’arte per la mostra Terrae Motus voluta dal gallerista Lucio Amelio.

Le iniziative in memoria della tragedia 

Purtroppo, i musei resteranno chiusi in tutta Italia fino al 3 dicembre, a causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19 che continua ad attanagliare la penisola, nella sua interezza. Ciò nonostante, oggi più che mai è opportuno ricordare le tragedie del passato come il terremoto del 1980, in modo da trovare la forza per affrontare le condizioni di relegazione ed austerità dettate dalla pandemia. A tal proposito, sono state organizzate delle mostre virtuali.

 

La prima è il riallestimento di Terrae Motus nelle sua sede storica: le sale della Reggia di Caserta. La mostra fu fortemente voluta da Lucio Amelio che coinvolse i maggiori artisti contemporanei,  65 per l’esattezza, tra cui Miquel Barcelò, Joseph Beuys, Tony Cragg, Keith Haring, Jannis Kounellis, Robert Mapplethorpe, Mario Merz, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Robert Rauschenberg, Julian Schnabel, Emilio Vedova, Andy Warhol.

 

L’iniziativa, riapre al pubblico il 23 novembre, rappresenta un efficace spunto di riflessione su come, dal disastro del terremoto, alcuni artisti siano riusciti a trarre energia costruttiva. La direttrice della Reggia, Tiziana Maffei, ha spiegato a La Repubblica che, Terrae Motus sia stata riallestita con la prerogativa di offrire una chiave di rilettura per le condizioni proibitive del nostro presente.

 

Anche il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha organizzato una mostra fotografica. Intitolata “19.34/Quaranta anni dopo/La storia in presa diretta. Fotografie di Antonietta De Lillo”. Il MANN ospiterà l’exibith nel 2021, a causa del rinvio forzato conseguente all’emergenza COVID, pur non mancando di presentare gli scatti in forma digitale a partire dal 23 novembre, sui suoi canali Facebook ed Instagram. Sarà, inoltre, possibile fruire dei contenuti sul sito di marechiarofilm srl, titolare dell’archivio che ha concesso le immagini inedite di Antonietta De Lillo. Il compito della mostra è di riscoprire pagine indimenticabili della storia del Museo attraverso gli scatti madidi di emozione della regista che, ai suoi esordi, è stata fotogiornalista per i più importanti quotidiani e settimanali. Sono oltre 100, le fotografie, messe a disposizione del pubblico social del MANN.

 



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