Uà , si ricorda il Cippo a Forcella

Grande Napoli

Il Cippo a Forcella, così come viene chiamato dai napoletani, è un gruppo di pietre (erroneamente chiamato “cippo“) facenti parte, un tempo, della cinta muraria di epoca greca dell’antica Neapolis (molto probabilmente erano proprio le pietre che delimitavano una delle porte), situate nel quartiere Forcella, a piazza Calenda di fronte al Teatro Trianon.

A Napoli, dire che qualcosa è “come il Cippo a Forcella” significa che è una cosa vecchia.

Leggendo il libro “101 cose da fare a Napoli almeno una volta nella vita”, un libro eccezionale e molto veritiero, mi ha colpito questo articolo…

Quale azzardo costruire un convento sul più grande lupanare romano di Neapolis! Un pezzo di terra asperso di acqua benedetta e umori, intreccio di corpi e di anime, uno spazio dove chiudere un gruppo di vergini, sperando che basti una zaffata di incenso e un chiavistello al portone, per trattenerne i desideri. Forcella si contorce tra le storie compromettenti dei suoi vicoli moderni e le sue storie del passato, le spoglie di quel convento che non ha più mura che possano raccontare.

La monumentale istituzione della Vicaria, il mercato del dopoguerra e le due teste mantiche poste da Virgilio sulla porta Furcillensis è un quartiere di uomini, abitato da donne. Il tempio di marte e la Y dei Pitagorici; quella strada che parte dalle pendici del Vomero e scendendo assume due punti di bivio tra virtù e piacere. Le gallerie scavate nella roccia, il tempio di mitra, i vecchi segreti delle mura greche, di quel cippo, detto a memoria delle cose troppo vecchie. Sant’Arcangelo a Bajano era un impune sfida al bastone forcuto del diavolo.
Ha potuto davvero poco il Veni Sancte Spiritus ridondante per le navate, suonato durante l’estremo voto: non esistono mura abbastanza alte per tener fuori il mondo. Il convento era immerso nei tormenti quotidiani del quartiere. Troppa vita nell’atmosfera di convulsa partecipazione legata ai pubblici giudizi: corpi impalati, uomini condannati in catene che attraversarono lo slargo, infami alla colonna, esposti al pubblico ludibrio, debitori insolventi.
Il mondo varca il confine sulle urla della piazza, con la musica che la trombetta della Vicaria usava per leggere bandi e sentenze al popolo analfabeto. Bollore di carne, richiama altra carne; per donne strappate alla vita, sepolte contro il proprio volere. Se per altre rinchiuse sarà  stato meno devastante perdere ciò che avevano solo lungamente immaginato, per Agata Arcamone, Laura Frezza, Chiara Sanfelice e Giulia Caracciolo fu davvero impossibile rinunciare ai piaceri di quei sensi già  lungamente svezzati. Si liberavano ogni notte nel passaggio degli amanti, dietro la fontana di Medusa. Una bocca per inspirare un fiato dall’esterno.

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Presso gli scandali furono troppo numerosi, riti orgiastici, delitti e sacrilegi. Il convento fu soppresso nel 1577. Forcella vive delle sue donne tormentate:quelle redente Santa Maria Egiziaca all’Olmo, nella chiesa voluta dalla regina Sancia nel 1342. Patrimonio di decorazioni rococò l’altare in marmo di primo 700 del Ragazzino, un pavimento bellissimo, le notevoli tele. Li dove sorgeva la vasche per le abluzioni dei riti isiaci. E poi la chiesa dell’Annunziata con la ruota degli esposti e le madri anonime. Ancora oggi il quartiere custodisce la memoria dei suoi mercati e dei suoi protagonisti. Si muove sotto la stessa  convulsa confusione: da sede del più grande mercato dell’Europa sconfitta al centro del contrabbando mediterraneo. A feudo della camorra. Leggenda o retorica, vale la pena premunirsi di una buona dose di prudenza, ma non si può perdere questo passaggio. A questo mercato si legano le leggende più appassionanti e inverosimili: sigarett’ tost’ e mosc’, per le Adeline che fanno figli in serie per non finire in carcere e pirati senza benda e senza bandiera, che trasportano carichi reali su navi-fantasma. Per non parlare delle invenzioni spicciole come la vendita della maglietta con la cintura di sicurezza prestampata.



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