Circus Don Chisciotte: la visionaria rilettura di un capolavoro in chiave moderna

Circus Don Chisciotte: la visionaria rilettura di un capolavoro in chiave moderna
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«Hombre!»

«Luci!»

«Chi sei?»

«Chi cinque!»

«Chi siete!»

«Una persona!»

«Salve!»

«Mi chiamo Salvo!»

Allo spettacolo messo in scena al Teatro San Ferdinando dal regista Ruggero Cappuccio si ride di gusto. La rappresentazione è esilarante, la recitazione coinvolgente, i dialoghi scorrevoli, grazie ai divertentissimi scambi di battute tra i due protagonisti, il professore universitario Michele Cervante (interpretato dal regista stesso) e Salvo Panza (Giovanni Esposito). L’intento ironico è subito evidente: Cervante è il presunto discendente di Miguel De Cervantes, lo scrittore visionario che paradossalmente veniva identificato come l’autore per eccellenza della Spagna cinquecentesca, epoca in cui la Chiesa cattolica si serviva dell’Inquisizione per esercitare con violenza il proprio dominio spirituale. Con il Don Chisciotte, Cervantes crea una via di fuga dal clima oscurantista e oppressivo che si respirava all’epoca, quasi come a voler dimenticare persino il nome del suo paese natale, come si legge nell’incipit del capitolo I: «Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia». Cervantes crea così un romanzo della crisi e del fallimento, il cui “eroe” non viene a capo di nulla se non del rapporto tra realtà e illusione, come dimostra l’emblematico combattimento con i mulini a vento scambiati per giganti.

Omaggio a Gerardo Marotta

Con il personaggio di Cervante, professore senza sostanza che ordisce un progetto di rivoluzione e di umanizzazione per combattere la disumanizzazione che sta attanagliando il mondo, il regista ha voluto rendere omaggio al compianto Gerardo Marotta (scomparso lo scorso 25 gennaio), fondatore e presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, cui ha donato ben 300.000 volumi. Marotta è stato a sua volta un eroe, perché si è battuto per difendere la cultura e la libertà interiore dell’individuo dai mostri e dai fantasmi dei poteri economici e della tecnologia globale. Si approda così all’idea di una rivisitazione contemporanea del Don Chisciotte, con l’aggiunta nel titolo della parola “Circus”, che sta ad indicare il virtuosismo interiore dei personaggi-acrobati che raccontano cose straordinarie, nel loro viaggio alla ricerca dei nemici della spiritualità umana.

Durante una delle sue passeggiate notturne, Cervante si imbatte nel comico Salvo Panza, anch’egli emarginato dalla società borghese a causa del suo spirito sognatore che lo porta a credere in cose in cui altri non credono. L’interpretazione di Giovanni Esposito nei panni dello scudiero è divertente e spassosa, grazie all’utilizzo di un napoletano agreste, di campagna, che richiama echi del mondo di Basile. Nei suoi spettacoli Ruggero Cappuccio ha sempre mostrato una forte attenzione per il piano linguistico, che qui si sdoppia: da un lato il linguaggio basso e corporeo di Salvo, dall’altro quello visionario e aeriforme di Cervante, cui si aggiungono parti recitate in spagnolo, veneziano e siciliano, creando un pastiche dall’effetto comico.

Amore per la cultura e per la letteratura, baluardi di civiltà

Di forte impatto visivo la scenografia di Nicola Rubertelli, che contribuisce a creare un’atmosfera onirica, in bilico tra sogno e realtà, lungo i binari di un treno che va e viene, simbolo di un continuo peregrinare alla ricerca di se stessi, nel tentativo di riscoprire la propria identità andando contro corrente, rileggendo le parole dei grandi maestri letterari: «Un libro si legge nuovamente daccapo quando daccapo si legge con amore». A-M-O-R-E, lettere poste sulla scena apparentemente a caso, come se fossero simboli campestri (la scala per cogliere le “aulive”, le montagne, il tinello, la pettinessa), ma che gridano con forza l’amore per la letteratura e per la cultura.

All’esercito dei “cavalieri delle lettere” si aggiungono anche due ristoratori (interpretati con grande bravura da Ciro Damiano e Gea Martire), il Duca (Giulio Cancelli) e la principessa siciliana (Marina Sorrenti), con cui si è voluto omaggiare la madre di Tomasi di Lampedusa, Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, donna di profonda cultura e grande appassionata di astronomia. Ha inizio così un «esperimento di rivoluzione per ritrovare ciò che gli umani hanno perduto», contro la spersonalizzazione dell’era digitale che ha condizionato e compromesso la bellezza del mondo. Cervante viaggia trasportando con sé valigie piene di libri, «tutti testi divini che ho salvato dagli assassini della civiltà», e cerca di contattare i grandi scrittori che hanno fatto la storia della letteratura contemporanea (Amos Oz, Philip Roth, Daniel Pennac, Luis Sepulveda), che risulteranno tutti irraggiungibili perché riuniti at the Umberto Eco’s house per scrivere un romanzo. Ma Umberto Eco non è morto? No, perché il suo ricordo sarà sempre vivo, così come quello di Marotta, discendente di Cervantes perché amava i libri, che è morto da visionario, ed i suoi eredi saranno dei visionari che crederanno nell’esistenza dei mulini a vento e delle favole.

   

   



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