Gioie e dolori del soggiorno napoletano di Petrarca

Napoli ha ospitato nei secoli artisti e scrittori di grande fama che le hanno reso omaggio con la loro presenza e hanno contribuito ad accrescerne il prestigio.

Uno di questi è Petrarca, fiore all’occhiello della tradizione poetica italiana, che ha descritto le sofferenze della passione amorosa cantando della bellissima Laura, protagonista indiscussa del Canzoniere.

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Petrarca si reca a Napoli due volte e riceve impressioni completamente differenti da questi due viaggi:  durante il primo, avvenuto nel 1341, giunge in città per essere incoronato poeta al cospetto del re Roberto d’Angiò, e resta profondamente affascinato dallo splendore della corte angioina. Durante il secondo, invece, avvenuto nel 1343 su volontà di Papa Clemente VII, torna a Napoli per chiedere alla neo regina Giovanna di liberare alcuni prigionieri, ma non ottiene il favore sperato. Il fallimento di quest’incarico, unito al declino del regno angioino, segnano l’inizio della sua disaffezione nei confronti della città.

Diretta testimonianza di questo malcontento sono le cosiddette epistole Familiares e Seniles, nelle quali il poeta ci parla di una Napoli in decadenza, che differisce totalmente da quella al culmine dello splendore decantata da Boccaccio (quest’ultimo, infatti, come abbiamo già detto in un precedente articolo, vi soggiornò più o meno nello stesso periodo, restando piacevolmente impressionato dal vivace ambiente culturale di corte).

Il clima festoso ed entusiasmante del primo viaggio, fatto di stimoli poetici e incontri con personalità interessati, cede dunque il posto ad un realtà cupa e disarmante che, segnata dalla morte del re Roberto d’Aragona e dall’assenza di degni successori, sancisce l’inizio di una crisi irreversibile del regno. In queste circostanze il suo giudizio su Napoli cambia e questa è la sua reazione alla notizia dell’elezione di un nuovo re:

Al posto di quel serenissimo Roberto, che regnò fino a poco fa e fu il decoro più grande dell’età nostra, è sorto questo Roberto, che ne sarà il più grande obbrobrio.

La Napoli vista dagli occhi di Petrarca è un luogo infernale, estraneo alle leggi del vivere civile, che mostra i segni di una grave degenerazione e raggiunge picchi di estrema violenza. Particolarmente struggente è il resoconto di una barbarie spaventosa, commessa nei pressi della chiesa di San Giovanni a Carbonara, che vede coinvolto un giovane malcapitato ucciso a sangue freddo, per puro intrattenimento, dinanzi all’applauso di un pubblico compiacente e divertito.

Vivere a Napoli significa esercitare l’arte della sopravvivenza e provare ogni giorno a restare in piedi nonostante le insidie dei truffatori, dei ladri e di tutte le persone incivili che la popolano. Anche girare semplicemente per le sue strade è pericoloso perché ciò comporta stare alla mercé di persone violente che seminano caos e paura. Pertanto, secondo il poeta, l’unica soluzione è andare via e scappare il più lontano possibile, senza mai voltarsi indietro.

 Tuttavia Petrarca, personalità rigida e austera, poeta ferito e disilluso da una città piena di promesse non mantenute, non può fare a meno di ammirare le sue bellezze e restare affascinato dai luoghi ricchi di mito e storia che la circondano.

Ciò che lo colpisce di più sono i laghi d’Averno e di Lucrino, nonché la bellissima grotta della Sibilla che formano insieme un mondo parallelo a quello reale, ricco di suggestioni. In questo modo Napoli si riconferma, ora come allora, una città dalla doppia anima, capace di toccare il fondo e risalire ai vertici della più alta bellezza. E questo  estremismo, forse, è il suo lato più vero e l’essenza più profonda della sua inimitabile natura.

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