Lo struscio del Giovedì Santo e i simboli della Pasqua

Annunziata Buggio

Conoscete l’origine dello struscio del Giovedì Santo? E il significato dei simboli della Pasqua? Conosciamo i riti, gli usi e i costumi della nostra tradizione napoletana e quel tocco di magia millenaria.

«Addò vaje? A fa ‘o «struscio»

La Pasqua, la festa cristiana che annuncia il risveglio della Primavera e la Resurrezione di Cristo è ormai alle porte; ma non tutti conoscono il rituale popolare dello «struscio del Giovedì Santo» tanto osservato nel Settecento napoletano che aveva ben poco di religioso mentre oggi, l’usanza è caduta in disuso ma ravvivata e tramandata solo in alcuni paesi o quartieri limitrofi.
Da dove ha origine lo struscio?

A Napoli, per struscio (quello classico) si intende letteralmente «passeggiata» ovvero è una futile occasione per uscire, per incontrare gente, acchiappare, inciuciare e dare dimostranze di sè; ma in occasione della Santa Pasqua il termine acquista una connotazione particolare, intriso di fervore religioso; deriva da «strusciare, strascinare» ovvero quel motivo musicale dello strofinare i piedi sull’asfalto o come annotavano i cronisti e gli scrittori dell’epoca, è quel tipico movimento concitato degli abiti nuovi che si strusciano nell’affollamento.

Nel Settecento, ai tempi di Ferdinando I di Borbone, le strade in occasione della settimana Santa si trasformavano in vere bolge infernali, prese d’assalto in ogni direzione e per tale motivo nel 1704 il vicerè spagnolo, emanò un bando che ne vietava la circolazione delle carrozze e dei carri dal Giovedì Santo fino alle 10.00 del Sabato Santo.
Il divieto inizialmente penalizzava l’intera città, fin quando fu circoscritta solo a Via Toledo.
Il Giovedì Santo era riservato allo struscio del popolo che si recava ai Sepolcri mentre il Venerdì Santo spettava ai reali e della nobiltà che varcavano via Toledo in bella mostra.

La Pasqua napoletana, almeno fino all’Ottocento, era considerata la festa dell’ostentazione, del lusso e dello sfarzo a cui nessuno poteva rinunciarvi e per una settimana, l’aria che si respirava era imbalsamata di incenso che fuoriusciva dalle chiese, di dolci e pastiere che invadevano le strade e le botteghe e dai profumi opulenti delle gran Dame che davano sfoggio delle loro superbe ricchezze.
Alla Pasqua, il popolo napoletano si preparava osservando il digiuno, un poco per devozione religiosa e un poco perché (affamato) aspettava di mettersi a tavola e di godere di tutte le pietanze pasquali che la tradizione imponeva, senza mezze misure.

Era il tripudio della gioia come citò lo scrittore Emanuele Rocco nel 1857 «In nessun paese al mondo il popolo celebra le feste come in Napoli. L’ardore meridionale, la spensieratezza, l’oblio di ogni cura, il non essere sollecitati dal dimane come fu imposto dagli Apostoli, l’abbandonarsi insomma alla gioia perchè questa si insinui nell’anima e per tutt’i pori del corpo, è privilegio speciale del popolo napoletano».

Come allora non è cambiata di molto; il rito del Giovedì Santo prevede l’adorazione del Santissimo Sepolcro del Cristo morto e recare visita ad almeno 7 chiese principali, in quanto il numero 7 essendo un numero altamente sacro, corrisponde per assonanza ai 7 gradi della perfezione, alle 7 sfere celesti, ai 7 rami dell’albero cosmico, ai 7 maggiori pianeti, indica il rinnovamento umano e spirituale. Ma c’è chi sostiene che il numero di 3 chiese sono più che sufficienti a rispettare il rituale del Giovedì Santo, in quanto anche questo numero è associato alla religione, al corpo, all’anima e allo spirito. Una regola sollecita, mai superiore a 7 e inferiore a 3 e sempre in numero dispari.

Il colore che imperversa durante il Triudo Pasquale è il Viola (dal Giovedì al Sabato Santo) tonalità predominante associato alla spiritualità, al lutto, in vista della Passione di Cristo; infatti gli arredi delle chiese si spogliano e si copre il Crocifisso con drappi e paramenti violacei.
Si avverte questo clima di sofferenza umana con l’evocazione scenica della Via Crucis il Venerdì Santo, apice della Passione di Cristo, fino alla rinascita della vita, alla resurrezione dell’uomo e all’esplosione della gioia che annuncia la Domenica di Pasqua.

L’usanza di commemorare il Santissimo Sepolcro (impropriamente detto) dove riposerebbe il Cristo morto, in realtà è un falso storico, perché come ci rammentano le sacre scritture, il Giovedì Santo che precede la Crocifissione, Gesù era ancora in vita e celebrava l’Ultima Cena (Cena Domini o Cena del Signore) attraverso il rito della Santa Comunione; spazzare il pane e bere il vino.
Gesti, riti e parole che sono impresse sugli altari domenicali e nella fede cristiana e che inconsciamente ripetiamo sulle nostre mense.

I simboli associati alla Pasqua

Tra i simboli della Pasqua associati alla festa, il Grano ricopre un ruolo fondamentale per l’allestimento scenico del Sacro Sepolcro, poiché evoca il leggendario Orto dei Getsemani; mentre in era pagana, questo frumento componeva il bellissimo Giardinetto di Adone, che si rifà al mito di Adone, ovvero lo scultoreo ragazzo amato da Afrodite che celebrava l’arrivo della Primavera, destinato poi a morire in piena estate per rinascere per mezzo della Dea, dopo un lungo e oscuro periodo invernale. Analogamente nelle due diverse culture, troviamo il dualismo di vita e di morte.
Il grano associato alla rinascita della terra dopo l’esilio invernale, inneggia alla Primavera e a Napoli è noto per essere la base principale del tipico e sublime dolce partenopeo: la Pastiera la cui leggenda sembra derivare dalla bella sirena Partenope.

L’uovo è l’oggetto più semplice ma così misterioso che troviamo in tutte le civiltà: è l’Uovo Cosmico, simbolo della creazione, della nascita, legato alla femminilità, al ventre della terra e all’abbondanza ma anche alla caducità dell’uomo, come quel detto che recita: «hai fatto la frittata!» ad indicare lo svelamento di un segreto, di una rivelazione fatta inappropriatamente e al momento sbagliato. Un potenziale contenuto che va protetto e conservato gelosamente.

L’uovo nelle leggende napoletane si collega all’Uovo di Virgilio Mago, che il vate poeta racchiuse nei sotterranei del Castel dell’Ovo da cui prende nome, per proteggere il destino avverso sulla città; ma è anche associato al potente Uovo Filosofico degli alchimisti.
Dal profano si passa al sacro dove l’uovo è da intendersi come simbolo di vita e di resurrezione, l’evolversi del tempo.

E ancora usanza in alcuni paesi, far benedire il gustoso Casatiello in chiesa, prima della Pasqua, emblema della Resurrezione dove tutte le simbologie cristiane si esprimono semplicemente come ad esempio: le croci di pasta di pane poste sulle uova sode, indicano la Crocifissione mentre le uova rimandano al concetto di nascita, quindi vita-morte.
Analogamente, i salumi del Casatiello in chiave pagana, sono associati all’attributo sessuale maschile mentre le uova all’apparato genitale femminile, insieme per celebrare la creazione della vita e della fecondità.
Fra le uova in commercio più vendute, troviamo in assoluto quelle di cioccolato che esaltano i palati dei più golosi ma che rinnovano la tradizione con fantasia, ingegno e creatività.
L’origine di scambiarsi l’uovo nel periodo pasquale è da rintracciare nel Medioevo, quando si regalavano ai servi, delle uova sode decorate e molto variopinte; da qui la variante solo recente di scambiarsi le uova di cioccolato, mentre quelle sode, accompagnano il Casatiello napoletano insieme alla famosa Fellata, un gustosissimo piatto tradizionale con tutti i sapori della terra: salumi, uova, ricotte salate e formaggi e fave fresche.

E la Zuppa di Cozze? Il Giovedì Santo, la nostra cucina tradizionale impone la Zuppa di Cozze; un piatto semplice ma ricco di simbologie magico-religiose associate alla rinascita.
Vi sono elementi associati alla terra come i pomodorini, l’aglio, il prezzemolo, il pane ed elementi maschili come il peperoncino, l’olio forte, che danno quel pizzico di vitalità e piccantezza che si unisce alla dolcezza dell’elemento femminile marino della Cozza, associata alla sessualità femminile, all’eros, in quanto si crede che in genere, i molluschi siano afrodisiaci.

Curiosità: L’usanza di mangiare la Zuppa di Cozze, il Giovedì Santo, lo dobbiamo al re Lazzarone Ferdinando I a cui fu imposto un regime alimentare severo in quanto ghiotto di ogni ben di Dio; ma si ribellò davanti al divieto del suo piatto preferito, ovvero i frutti di mare. Il re impose che almeno di Giovedì Santo, potevano essere liberamente consumati!



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