Le Maschere popolari del Carnevale napoletano

Annunziata Buggio
Le Maschere popolari del Carnevale napoletano
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Quante sono le maschere popolari del Carnevale napoletano? Ormai dimenticate, queste animavano le vie di Napoli, tra ballo canto e con ironia, divenendone l’emblema della Commedia dell’Arte.

Se parliamo di Carnevale a Napoli, la prima immagine che leghiamo alla festa è sicuramente Pulcinella, la classica maschera napoletana che incarna l’essenza della città e dello spirito popolare; i suoi malesseri, la sua euforia, l’ingordigia, la miseria, l’ingenuità, definito uno scanzafatica e mangiamaccheroni. Uno stereotipo popolare che ha fatto la storia e il giro del mondo, una maschera resa celebre dagli attori del calibro di Silvio Fiorillo e Antonio Petito, ispirati alle vicende quotidiane del contadino-attore Puccio d’Aniello, da cui Pulecenella, Pulcinella.

Quale sono le altre maschere del Carnevale napoletano?

Nel XVII era celebre anche se poco documentata, la maschera popolare dello «Spagnolo» che alcuni supponevano che fosse l’antagonista di Pulcinella, ovvero il Capitano spagnolo.
La caratteristica di questa maschera era il suo vestiario, composta da: una mantelletta, un cappello piumato, merletti a sbrendoli sulle scarpe e una spada.
Lo Spagnolo, secondo le descrizioni dell’epoca, se ne andava in giro con un corteo di Pulcinelli smascherati che lo guidavano per le vie del centro; questi con i loro tamburelli festosi richiamavano l’attenzione popolare e una volta disposti in cerchio, invitavano lo Spagnolo a ballare la tarantella.

Un’altra maschera apprezzata nella seconda metà del XIX era quella del «Medico» o del «Ciarlatano del Molo» che si vantava di essere il miglior genio della medicina, tutto pomposo, ed esordiva con delle cure, formule e rimedi alquanto bislacchi.
Il suo vestito era composto da una lunga tonaca verde carico, lunga fino ai piedi con ritagli in argento, incollati sul bavero, sulle maniche e sulle falde e munito di calzoni corti; indossava una parrucca di carta bianca e rossa con lunghi codini sino ai piedi mentre i grossi occhiali pendenti sul volto, furono la sua caratteristica (simile ad un clown). Il Dottore se ne andava in giro sempre con la sua cassetta, colma degli strumenti del mestiere che utilizzava sia durante le rappresentazioni teatrali che per le dimostranze popolari.

Simile era la maschera del «Cacciamole» o del «Cavadenti» inscenato dagli scugnizzi che riciclavano un vecchio frac logoro, un cappello a tre punte tutto consumato e delle grossi lenti sul naso. Se ne andava per le strade a bordo di una carrozzella tutta scassata, improvvisandosi signorone; qui faceva accomodare i suoi assistiti (complici della maschera) che dopo un’attenta analisi diagnostica (professando paroloni a caso) era pronto ad operare, cavando i denti con una grossa tenaglia o per sbaglio, asportare tutta la mascella del povero malcapitato.
«Pasqualotto» o Pascalotto invece era una maschera ottocentesca presente tutto l’anno e non si accompagnava mai a nessun’altra maschera. La sua caratteristica principale era l’agilità ginnica con cui si divertiva a lanciare il suo lungo bastone in aria e riprenderlo (tipo majorette) oltre alla sua ambiguità sessuale: era l’ermafrodito per eccellenza, vestito da donna dal seno prosperoso e volto ben truccato, se ne andava a spasso con il suo tamburello, divertendo la gente, cantando e ballando per la città.

Nel XVIII secolo era presente la maschera di «Don Nicola» identificazione del classico avvocato napoletano, inscenato sempre da popolani o attori improvvisati. Questa maschera vestita di tutto punto secondo la moda settecentesca, preceduto dal suo servitore in livrea con ombrello e sacca da viaggio, se ne andava in giro declamando versi, rime e filastrocche e onoranze funebri per il Carnevale morto. La sua bravura era trovar nel minor tempo possibile, rime originali dialettali e mai uguali, passando fra le botteghe degli artigiani. Lui era lo spasso del popolo e faceva un teatro di altro genere, tanto e vero che anche gli scugnizzi per immolarlo, si travestivano da notai o avvocati nell’intento di sfidarlo per le rime; Don Nicola era un abile provocatore, molto arguto e perspicace intento a svecchiare le maschere seriose del teatro.

Un lontano parente di Don Nicola è la «Paglietta Calabrese» la parodia dell’uomo di legge alquanto imbranato. Durante il Carnevale era permesso sfottere i propri rivali o di altri ceti, gruppi culturali; come in questo caso, si deridevano gli studenti calabresi che frequentavano l’Università di legge a Napoli. Questa maschera andava in processione con il corteo dei farinari dove recitava una scenetta, immedesimandosi nel classico provincialotto sbalordito dalla grande città.

Ancora più napoletana è la maschera di «Giangurgolo» che appare già nel 1618 personaggio della Commedia dell’Arte, che si distingue per il suo gusto delle oscenità.
Il suo nome è composto da Gian-Gianni e da gurgolo-gorgo un chiaro rimando alla voracità e alla fame da donnaiolo; è vestito come una specie di Capitano dell’esercito spagnolo, munito di spada, cappello a punta tipico calabrese, una maschera rossa, simile a Pulcinella che gli fa il nasone, va in giro da gradasso, salendo nelle carrozze delle dame, vantandosi del suo attributo sessuale e decantando versi proibiti da far arrossire anche le meretrici. Il suo parlare è in calabrese napoletanizzato (per ironizzare sui calabresi dell’epoca) e secondo le cronache è una tipica maschera d’invenzione napoletana.

Curiosita

Le Falloforie. Durante gli eccessi del Carnevale sono stati descritti dei festeggiamenti minori, non condivisi da tutti i ceti civili napoletani; tra questi vogliamo citare le Falloforie, cioè dei cortei carnevaleschi inscenati dalle periferie che rimandavano a tematiche sessuali, l’ispirazione al Dio Priapo, eletto patron del Carnevale minore. Un modo grottesco per divertirsi.
Sul finire del 1600 e nei primi giorni di Febbraio era uso portare in processione una statua di legno del Dio Priapo, il dio pagano simbolo di fertilità munito di un membro spropositato; questa festa permetteva non solo al popolo di divertirsi ma anche alle meretrici di uscire liberamente durante i festeggiamenti e di partecipare al Carnevale, in pieno giorno. L’usanza in quanto pagana fu abolita dalla Chiesa, poiché esercitava il cattivo costume e incideva sull’effervescenza erotica della comunità.



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