La statua parlante del Gigante di Palazzo. Satira napoletana

Annunziata Buggio
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Fra le storie e le curiosità di Napoli quella del Gigante di Palazzo, la statua parlante, è davvero singolare: si ricollega al busto marmoreo del dio Giove cumano, divenuto nel tempo simbolo della città e oggetto di elogi e satira in versi.

Vi hanno mai raccontato la storia del Gigante di Palazzo, la statua parlante?
Quale affascinante leggenda popolare e misteriosa si nasconde dietro il volto di un uomo barbuto?
Per scoprirlo dobbiamo recarci al Museo Archeologico Nazionale e far visita ai giardini del museo dove tutt’ora il dio riposa dimenticato, fra le memorie della Napoli che fu.

‘O Gegante ‘e palazzo come fu soprannominato familiarmente dal popolo napoletano, era in origine un colossale busto marmoreo raffigurante il dio Giove proveniente da Cuma più di 2000 anni fa, rinvenuto nella cosiddetta Masseria del Gigante durante gli scavi del Capitolium cumano.
Nell’idea iniziale fu concepito nella posizione da seduto e denudato, coperto in parte da un’ampio mantello (dal greco Himation) di cui un lembo sinuoso poggiato alle spalle, percorreva la schiena fino a cingere le gambe.
Il volto del dio barbuto è leggermente inclinato verso il basso, la cui fluente capigliatura a ciocche e la barba riccioluta, incorniciano il viso infondendo un’espressione virile e al tempo stesso fiera, simbolo di potenza fisica e intellettiva.
Gli arti superiori sono andati persi nel corso dei secoli ma si presumeva che avesse il braccio destro eretto a tenere lo scettro e quello sinistro abbassato e proteso in avanti.
L’opera maestosa era collocata su un grande basamento in muratura e inserito in una cella centrale del Capitolium nel Foro di Cuma, costituendo quella che era il gruppo scultoreo della triade capitolina, di cui facevano bella scena le sculture di Giunone e Minerva, divinità molto venerate dall’Impero romano.
In origine era stato concepito solo il busto in marmo di Giove mentre per gli arti superiori e per quelli inferiori, molto probabilmente doveva trattarsi di aggiunte di legno o altro materiale, parti che vennero modellate a dovere, ricoperte con stoffe preziose e dipinte a colori, secondo il gusto del tempo per imitazione delle sculture elleniche del Partenone.
Oggi conserviamo una copia romana di notevole pregio situata all’interno del cortile del Museo Archeologico Nazionale.

La statua parlante del Gigante

Il mastodontico busto di Giove da Cuma fu portato a Napoli nel 1668 per volere del viceré spagnolo don Pedro Antonio d’Aragona, elevandolo in oggetto simbolo della città e incarnazione dello spirito napoletano. Quale arcano motivo spinse il reale a compiere questo gesto così importante? Anch’egli voleva forse esaltare come avvenne poi nella pittura del seicento napoletano, il ritorno evocativo all’antico?  Inneggiare al fascino del mito e della natura, aggiungendo tutte quelle virtù legate al simbolismo di Giove, quali: fortuna, protezione, abbondanza, generosità, autorità e giustizia che sembravano rispecchiare il carattere della città partenopea.
Alla statua vennero aggiunte le braccia e le gambe integrate in parte in stucco riportante lo stemma a forma di aquila alla base della scultura, su cui era stato inciso un lungo elogio al viceré spagnolo. Per il sovrano il Gigante rappresentava la forza, la potenza militare, e il passato da rispettare. 

La scultura di Giove venne poi inserita su una base di marmo e collocata accanto al Palazzo vicereale, da cui prende il nome il “Gigante di Palazzo” nell’attuale Piazza del Plebiscito mentre la strada che portava verso Santa Lucia venne denominata Salita del Gigante. La medesima denominazione si ebbe per la “Fontana del Gigante” ossia la Fontana dell’Immacolatella che prima era collocata in Largo di Palazzo, proprio adiacente alla colossale scultura (come si nota dal dipinto).

giovecumano
Giove cumano sostituisce fino a quel momento tutti gli emblemi caratteristici della città, ritrovandolo raffigurato nelle stampe degli artisti dell’epoca e suscitando un certo interesse anche da parte del popolo che familiarizza con questa figura mastodontica (inizialmente non amato e legato al potere politico) e lo elegge simbolo del dissenso, della ribellione e della provocazione; e come se il Gigante fosse stato investito da un potere sovrannaturale: lo si umanizza e gli si presta una voce ogni volta diversa per enfasi, timbro e tono.
In loco, accanto alla scultura, venivano lette satire in versi e in prosa e offese esplicite contro le autorità napoletane, diventando un punto di riferimento per chi riassaporava i moti insurrezionali sollevati dal Masaniello qualche ventennio prima, il quale infiammò le piazze e alimentò il sogno della liberazione dal mal governo. Anche il Gigante si ribellò a modo suo partecipando alla Repubblica partenopea del 1799 vestito con i colori della Francia e parlando napoletano.

In poco tempo la statua divenne luogo cardine e d’incontro della satira napoletana, dove autori ignoti e di spicco decantavano gli abusi e i soprusi in versi alle autorità e, a trovarsi fra le righe di questi occulti libelli, vi erano spesso i re, le regine, i nobili, la corte e gli ecclesiastici a seguito.
Come oltraggio alle autorità, per emendamento fu posta una sentinella di guardia accanto al Gigante di Palazzo che proibiva chiunque di fermarsi a leggere i componimenti e di esprimere liberamente il proprio sentire. Successivamente le voci non cessarono di raccontare i malesseri, così fu offerta una taglia per catturare quegli autori immorali ma nessuno vi riuscì a consegnare e smantellare ciò che all’epoca era la «Cospirazione del Gigante» che produceva in maniera smisurata oltre mille libelli a giorno.

Dietro le penne di questi illustri autori vi erano sia nomi di spicco della produzione letteraria napoletana che popolani; i componimenti in dialetto pungevano per ironia, semplicità, suonavano provocatori e disarmanti per i modi triviali, letti gratuitamente e indirizzati sempre alle principali autorità del regno. Non mancavano scene di ordinaria sommossa popolare. 

Un’episodio che va citato è quello che riguarda l’imbarco in Spagna della «Fontana Quattro del Molo» che il viceré don Pedro Antonio d’Aragona fece impacchettare per portarla a casa sua come souvenir e oggetto da collezione; in quel caso la «la statua parlante del Gigante» osò commentare ironicamente al gesto del nobile spagnolo:

Ah Gigante mariuolo, t’hai pigliat li Quattro de lo muolo! A mme? Io non songo stato: lo Vicerrè se l’ha arrobbato!

Due secoli dopo nel 1807 Giuseppe Bonaparte mal sopportando di essere oggetto di critiche e satire, invece di punire gli autori offrendo una taglia alla cattura dei nemici del regno, preferì traslocare la statua di Giove dalla piazza, portavoce del dissenso popolare e vittima del potere, ammutolendo per sempre la voce perseverante del Gigante, ritenuto un rivale troppo pericoloso.
Nel giorno della sua rimozione da Piazza Plebiscito, si poteva leggere sul busto della statua in forma sarcastica, queste parole come espresso desiderio delle sue ultime volontà:
« Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai Ciambellani, le gambe ai Generali e tutto il resto a re Giuseppe». Quel «tutto il resto» derise il sovrano in carica che fu oggetto di ilarità da parte del popolo. 

Nel 1809, il Gigante dopo aver subito numerosi danneggiamenti e restauri, fu portato nelle Scuderie reali, per poi entrare a soggiornare in via definitiva al Real Museo Borbonico di Napoli, attuale Museo Archeologico Nazionale.

La memoria del popolo dimenticò l’origine ellenica della scultura e l’iconografia del dio Giove apparentemente distante e la mutò a suo piacimento nell’incarnazione del Gigante parlante, una figura più vicina al popolino in grado di smuovere gli animi contro le prepotenze di chi sta a potere. Il Gigante, una figura quasi fiabesca come il famoso grillo di Pinocchio, esorta ad ascoltare sempre la voce della propria coscienza per orientare il proprio cammino verso le giuste scelte, svelando gli inganni e le bugie.

Curiosità: Da un’ appello lanciato on line dall’autore Carlo Knight sul Corriere del Mezzogiorno del 2 giugno 2016, si sono accesi nuovamente i riflettori sulle vicende del Gigante di Palazzo che tornerà ad avere un ruolo centrale nel patrimonio culturale napoletano.
Erano oltre trent’anni che Knight sollecitava la valorizzazione della statua di Giove cumano al fine di trovarle una degna collocazione, divenuta nel corso dei secoli la «mascotte» e il simbolo di Napoli, investito quasi di «poteri sovrannaturali» adottato dal popolo come la «voce» del dissenso.
Grazie a quest’appello accorato, l’attuale direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini ha subito risposto con fermezza:- «Nei prossimi mesi si darà avvio alla procedura di gara per l’allestimento dell’ala occidentale del piano terra riservato agli Edifici pubblici della Campania, nella quale una sala sarà dedicata a Cuma e al suo Capitolium. Sarà così ricomposto il gruppo delle tre grandi sculture, con Giove tra Giunone e Minerva, mettendo in atto quelle idee che solo l’indisponibilità di finanziamenti ha fino a ora impedito di trasformare in esposizione».

Giove cumano, il nostro Gigante potrà nuovamente essere ammirato in tutta la sua bellezza e tornerà a parlare con veemenza di Napoli ai napoletani e, non solo …

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