La leggenda dei maccheroni napoletani

Annunziata Buggio

Come nacquero i maccheroni napoletani? Una singolare leggenda, raccontata con un pizzico di magia, narra la nascita dell’oro giallo del Sud. L’invenzione fu di un mago che realizzò il prezioso segreto ma fu rubato da una donna

Rispolverando una vecchia leggenda, colorita dalla fervida fantasia della scrittrice Matilde Serao intitolata «Il segreto del mago» raccolta nel volume «Leggende napoletane» ci addentriamo in una storia davvero curiosa: l’invenzione degli appetitosi maccheroni, conditi con un pizzico di magia e una grattugiata di mistero che hanno fatto la fortuna del popolo napoletano e del Made in Italy nel mondo.
Questo semplice piatto di pasta, regina delle nostre tavole domenicali, trova un’origine molto antica; la leggenda pone la nascita dei maccheroni sotto il regno di Federico II di Svevia, proprio a Napoli (non possiamo saperlo con esattezza) ma sappiamo con certezza che questo cibo era già presente tra il XIII e XIV d.C. nel Mediterraneo. Altre leggende popolari attribuiscono a Marco Polo, l’inserimento di questo gustoso piatto nella nostra tradizione culinaria. Quel che è certo che i maccheroni sono associati a Napoli e alla napoletanità, forse perché è stato (e lo è) il popolo più ghiotto che certamente li ha consumati. Ah senza trascurare la maschera che li ha caratterizzati: Pulcinella!

L’origine del nome è davvero un mistero: si sa che la parola «maccherone» è tipica meridionale e secondo alcuni storici deriverebbe da «macco» l’antico passato di legumi che veniva “ammaccato” cioè schiacciato; la stessa operazione per ridurre in polvere il frumento per trarne la farina.
Secondo il linguista Giovanni Alessio, l’etimologia ha due varianti:una radice dal greco bizantino «makarònia» che significa canto funebre, che si sarebbe evoluto in pasto del funerale ovvero il tipico cibo che veniva servito ai funerali.
L’altra ipotesi deriva del greco «macharia» (zuppa d’orzo) collegato all’aspetto culinario, con l’aggiunta del suffisso -one o una variante del nome latino «macarius» ovvero cibo divino.

Come nacque la leggenda dei maccheroni ?

Correva a Napoli, una storiella molto curiosa che ci viene tramandata sin dall’Ottocento, grazie alla celebre penna di Matilde Serao.
La leggenda ha inizio con una data: 1220 sotto il regno di Federico II di Svevia re di Sicilia, passato alla storia come uno straordinario uomo di cultura e grande innovatore politico e sociale, un regnante molto apprezzato.

La storia ha inizio nel cuore del centro storico in via dei Cortellari nel Sedile di Portanova, lì vi era una abitazione alquanto malfamata, una casa secca e lunga abitata da inquilini loschi: al primo piano abitava uno strozzino, uno giudeo che contava il denaro in prestito; al secondo piano vi alloggiava una prostituta che si vendeva ad ore, al terzo piano una coppia d’imbroglioni che vivevano di espedienti giornalieri e al quarto piano, solo soletto, vi abitava un mago chiamato Chico.
La provenienza di questo mago era ignota, non si sapeva da dove provenisse: dall’oriente? Dalla Sicilia? Era davvero un mistero.
L’uomo se ne stava chiuso in casa, con le finestre sempre serrate e lo sguardo fisso sui libri, senza farsi notare di giorno o almeno usciva molto raramente per comprare al mercato le sue «erbe» impiegate per le sue formule magiche. Quando usciva era davvero una novità, una vera meraviglia: su di lui correvano strane voci e altre molto terrificanti e la sua attività di mago, certamente, non lo favoriva. Qualcuno puntando l’occhio nella sua abitazione aveva potuto scorgere che passava le ore davanti ad un pentolone in ebollizione. Cosa ci cuoceva? C’è chi poi aveva giurato di averlo visto immergere gli avambracci nel sangue, intento ad impastare della polvere bianca … che forse sacrificava bambini e animali per il demonio? Le sue ricerche erano molto misteriose e chiacchierate, ma nessuno osava avvicinarsi a Chico.

Il mago non badava alle dicerie, anzi si divertiva ad ascoltarle per farsi due risate e sbalordirsi della sana ignoranza del vicolo. Eppure non era un uomo di cattivo aspetto anzi, possedeva una lunga barba bianca, un viso benevolo piacente e indossava un lungo abito nero abbastanza elegante. Passeggiava divertito durante quelle rare uscite, accompagnato dal suo fedele servitore.
Il passato del mago Chico era stato baciato dalla sorte: al tempo era stato un bell’uomo, amante dei piaceri della vita, aveva avuto tante belle donne, superbi palazzi, stoffe e abiti di lusso, diamanti e gioielli; aveva partecipato più lui che un regnate alle nobili feste da ballo, accompagnandosi con nomi illustri e a grandi dame, concorrendo alle giostre ai giochi di corte, vincendo di spada e sciabola. Insomma aveva goduto di ogni bene. E poi cosa fu della sua vita mondana? Ogni medaglia ha il suo rovescio: Chico rimasto povero in canne perdendo di colpo donne e amici (e anche con l’avanzare della sua età) cercò di trovare impiego sui libri provando a dare un senso alla sua vita; provava a trarne qualcosa di utile da quegli immensi libroni di cartapecora che noleggiavano sul suo scrittoio giorno e notte.
Si dava alla filosofia e all’arte occulta, e gli ultimi denari li aveva spesi per comprare alcuni ingredienti che gli occorrevano per l’esperimento misterioso.
La malasorte lo perseguitava, e molti dei suoi esperimenti erano falliti sul nascere ma temerario non si lasciò scoraggiare dell’impavida idea; provava e riprovava costantemente finché un giorno trovò la ricetta perfetta. Che cosa avesse ottenuto, non è chiaro.

Accanto a Chico viveva (condividendo lo stesso terrazzo) una donna molto pettegola di nome Jovanella di Canzio, molto astuta e maliziosa, ammogliata con uno sguattero del re; questa spiava costantemente le opere dello «stregone» e voleva capire a tutti i costi, i segreti che stava custodendo con grande riserbo. Insomma voleva far denari, rubando le invenzioni del vecchio mago.
E tanto che fece e tanto che indagò, anche a costo di morire o di subire qualche strano sortilegio, un giorno comprese tutto e lo riferì al marito.

Supplicò suo marito di andar a parlare con il suo capo cuoco e di riferire che lei aveva scoperto l’invenzione di una nuova pietanza e di pregarlo al fine di farsi ricevere dal re.
Dopo una serie di passaparola a corte, la notizia arrivò al re Federico II che stanco di mangiare la solita minestra, volle conoscere Jovanella e farsi preparare la nuova pietanza, spinto dalla curiosità.
La donna venne ammessa nella mensa reale e si diede molto da fare ai fornelli: prese della farina la impastò con dell’acqua, sale e uova e spianò la pasta ben bene come un velo sottile; da questa ritagliò delle piccole strisce e le arrotolò a forma di cannellini.
Predisposta una grande quantità di pasta, la mise a d asciugare al sole. A parte preparò il sugo: un bel pentolone dove soffriggeva nello strutto, la cipolla sminuzzata, un grosso pezzo di carne e il sugo fresco di tanti pomodori setacciati, lasciando cuocere il tutto a fuoco lento. A cottura ultimata, Jovannella calò la pasta nel sugo e amalgamò il tutto con il nobile formaggio di Parma.

Tutta soddisfatta della suo operato (l’invenzione rubata a Chico) venuta l’ora di pranzo, fu preparato un nobile banchetto e servita la porzione al re. Questo colto dalla sublime fragranza e dal piatto molto invitante, si precipitò ad assaggiarli e ne rimase folgorato; chiese a Jovannella da dove avesse tratto l’idea per creare questo capolavoro e la donna senza troppi fronzoli, si limitò a dire che fu frutto di una visione in sogno: un angelo le aveva rivelato questo segreto.
Allora il re compiaciuto del piatto, volle che il suo cuoco imparasse la ricetta da Jovanella e al seguito molti nobili di corte invitarono la donna a cucinare il nobile piatto e la fama della maliarda Jovanella, crebbe nel giro di sei mesi: si ritrovò ricca e benvoluta.

A Napoli furono molti che gustavano i famosi «angelici» maccheroni, tranne Chico il mago che all’oscuro di tutto era sempre murato fra le quattro mura domestiche.
Un giorno passeggiando nel vicolo fu invaso da un profumo irresistibile che proveniva da un basso napoletano; si affacciò, entrò e chiese alla padrona che cosa bolliva in pentola.
La signora entusiasta gli disse che stava cucinando i maccheroni che un angelo aveva rivelato in sogno ad una donna e che era diventato il cibo ufficiale di tutta Napoli.
Infuriato dell’accaduto e in preda alla disperazione (poteva essere ricco, dopo tanti studi e sacrifici) Chico prese le sue cose, lasciò la casa e sparì da Napoli.

La leggenda vuole che Jovannella solo in punte di morte rivelò il suo terribile segreto, ovvero quello di aver rubato l’invenzione al mago e morì urlando come una dannata, forse merito di qualche anatema lanciato da Chico.
Del mago si persero le tracce ma c’è chi sostiene che nella sua vecchia casa in via dei Cortellari, Chico appare il sabato sera dentro la sua camera segreta, intento a tagliare i maccheroni, con Jovannella al fianco che cuoce il sugo nel pentolone e il Diavolo alla sua sinistra che soffia sui carboni ardenti.

La leggenda è puramente leggenda. E’ un racconto popolare che centra poco con la reale storia dell’invenzione dei maccheroni che ha visto i suoi natali in Sicilia, e che mescola quel felice connubio di angelico e demoniaco. 
I lettori napoletani apprenderanno che i maccheroni non sono stati creati a Napoli (come vuole la nostra tradizione) e che Federico II di Svevia molto probabilmente li aveva gustati la prima volta a Palermo. Possiamo dare il merito ai siciliani di averli portati a Napoli: la nuova pietanza che divenne marchio del regno, emblema della fusione della tradizione sicilianasaracena, arabo-normanna e arabo-sveva. Infatti Napoli al tempo degli svevi era popolata da mercanti arabi, siciliani, musulmani, maomettani e cristiani che scambiavano merci, saperi e sapori.
Una certezza assoluta e che furono i napoletani ad assimilare bene la lavorazione della pasta, a mangiarla e ad esportala all’estero. E poi … non siamo il famoso popolo dei mangiamaccheroni? (termine impiegato al tempo come dispregiativo)
Anche qui ci siamo evoluti: da mangiafoglie (broccoli) medioevali a mangiamaccheroni risorgimentali; il famoso cibo di strada, da cui è nato il concetto Street Food alla napoletana, ovvero quel meraviglioso tripudio di cibo veloce mangiato con le mani.
Questo primato sicuro non c’è lo toglie nessuno!



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