La festa della Madonna del Carmine: tra fede e rivolta

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La festa del Carmine rappresenta per i napoletani, la solennità dell’anno più sentita dal popolo quella consacrata alla Madonna del Carmelo, chiamata affettuosamente Madonna Bruna, ‘a Mamma d’o Carmene.

Chi non ha mai pronunciato l’esclamazione: «Mamma d’o Carmene!» almeno una volta nella vita? Ebbene sì, dietro questa espressione popolare pronunciata con molta enfasi, vi è un’icona: lo stretto legame con l’immagine religiosa della Madonna del Carmelo, dalla caratteristica pelle scura da cui l’appellativo «Madonna Bruna» riferimento all’icona bizantina. Perché questa Vergine è molto amata dal popolo napoletano? Quali prodigi ci rivela? Per scoprirlo dobbiamo fare un salto nel tempo.

Il culto devozionale della Madonna del Carmelo ovvero della Madonna del Carmine è molto più antico di quanto pensiamo: infatti è citata nell’Antico Testamento nel Primo Libro dei Re, in cui si afferma, dopo un susseguirsi di eventi, la costruzione di una chiesa sul Monte Carmelo in Israele. L’oggetto legato alla Madonna è lo «scapolare» ovvero il capo più prezioso dell’abito religioso, apparso in visione all’inglese Simone Stock, simbolo di devozione profonda e affidamento in Cristo.

A Napoli il culto risale al XIII secolo, attestato da un documento storico che si riferisce alla prima presenza dei carmelitani in città nel 1268. La leggenda vuole che alcuni monaci, fuggendo alle terribili persecuzioni da parte dei saraceni in Palestina, arrivarono a Napoli portando l’immagine della Madonna, che aveva il suo culto originario sul Monte Carmelo nello Stato di Israele. Giunta in città, l’icona santa fu collocata all’interno di una groticella situata presso la marina che un tempo era stata destinata al culto di San Nicola. Il suo tempio fu costruito tra il 1283 e il 1300 ma le successive ristrutturazioni dal XVII e XVIII secolo, spazzarono via l’antica impronta medioevale.

La Madonna del Carmelo fu oggetto di venerazione da parte del popolo napoletano sin dai primi tempi e la vicinanza strategica con piazza Mercato (centro commerciale cittadino) favoriva la devozione da parte dei più umili e la diffusione del suo culto.
In alcuni documenti del 1457 quando i culto aveva raggiunto il suo culmine, si specificava che i napoletani erano molto legati alla Madonna del Carmine a cui rivolgevano suppliche e grazie e amavano recarsi in visita dall’inizio di Agosto fino all’ 8 Settembre, giorno della natività della Vergine Maria.
La sua celebrazione è fissata al 16 Luglio secondo il calendario cristiano, attraverso una serie di eventi che coinvolgono il centro antico di Napoli.

L’origine della festa risale molto probabilmente al 1500, quando l’icona della Madonna Bruna fu portata in processione a Roma a cui seguirono interventi prodigiosi lungo il pellegrinaggio. Nelle cronache si raccontava già del famoso «Incendio del Campanile» detto castello forse per ricordare l’assedio del Campanile (adoperato come fortezza militare) a cui si dava alle fiamme con i fuochi d’artificio. I festeggiamenti giunti nel 1700, in occasione del bicentenario del pellegrinaggio della Madonna Bruna a Roma furono esaltati in maniera spettacolare con interventi di luminarie, fuochi pirotecnici locali e musica d’orchestra a seguito.
Napoli, sotto la guida di Carlo III di Borbone rifiorì di cultura e tradizione, anche grazie al notevole contributo di reali e nobili che con cospicue donazioni, garantivano il perpetuare della Festa del Carmine.

L’icona della Madonna Bruna

Il quadro che tutti conosciamo, risale molto probabilmente ad opera di un maestro di scuola toscana del XIII secolo e non come si suppone ad un’artista di origine orientale; la tavola ritrae la Vergine con bambino all’interno di un formato rettangolare, alta un metro e larga 80 cm.

La tavola realizzata a tempera, ritrae la Madonna con Gesù bambino in un’atteggiamento di dolce intimità fra madre e figlio, in un legame naturale e complice; infatti viene detta «l’immagine della tenerezza» dal forte impatto evocativo, frutto di orazione e di contemplazione che induce all’amore e alla venerazione della Madre di Dio e degli uomini.
Il suo volto bruno induce alla salvezza, ispira protezione e fa sorgere nel cristiano sentimenti di pietà e misericordia.
All’interno della tavola si colgono molti simboli che ne spiegano i messaggi:

l’oro del fondo e l’aureola indicano la santità della Madre e del figlio nonché l’attribuzione al Sole, luce divina; l’azzurro del manto è legato alla maternità, al simbolismo con l’acqua sinonimo di fertilità. Il colore rosso inneggia al trionfo dell’amore che unisce la mamma al neonato, come pure la tunica color pelle cioè dell’incarnato di Gesù, ci ricorda che egli è l’Agnello di Dio. La stella a coda pendula posta sul manto della Madonna sta a significare la sua Verginità pepetua, prima, durante e dopo il parto. Lo sguardo di entrambi sono rivolti verso lo spettatore, ed esprimono la missione redentrice di Gesù e la partecipazione di Maria. Tutta la scena è un susseguirsi di dolcezza e infinita tenerezza, dove la Vergine mostra la mano destra in risposta alla nostra supplica: “Mostraci Gesù, frutto benedetto…”, e ci indica: “Ecco il cammino, la verità e la vita”.

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La leggenda del Crocifisso miracoloso

Per i fedeli della Madonna del Carmine, questo «miracolo» attesta l’autenticità dell’amore e della protezione che la Vergine Maria riserva al popolo napoletano da molti secoli.
La leggenda del Crocifisso miracoloso si colloca nel XV secolo, quando gli Angioini e gli Aragonesi si contendevano il regno di Napoli e il dominio della città.
Il re Renato D’Angiò allora reggente, per proteggere i suoi possedimenti contro Alfonso D’Aragona che era entrato in città, aveva fatto posizionare le sue artiglierie sul Campanile del Carmine (la parte più alta della città) tramutata come fortezza militare, le cui armi da fuoco miravano sull’accampamento del nemico, al Borgo Loreto.

La leggenda e la storia raccontano che l’infante Pietro (fratello del re Alfonso) il 17 ottobre del 1439 diede miccia ad una grossa bombardata detta la «Messinese» ovvero una grande palla di cannone (conservata intatta nella cripta della Chiesa del Carmine ) che sfondò le mura della chiesa attraversando l’abside fino a toccare il Crocifisso. Tutti supposero la completa o parziale distruzione del Crocifisso per poi accorgersi di un’evento straordinario: il Cristo di legno per evitare il colpo, chinò la testa sulla spalla destra, senza subire nessun danno. Un vero miracolo, come si nota ancora oggi.
Il giorno dopo, l’infante Pietro D’Aragona, non contento, volle di nuovo azionare la Messinese, ma un colpo partito dal campanile (punizione divina?) dalla bombarda chiamata la “Pazza” troncò il capo all’infante Pietro e dopo una serie di lotte, re Alfonso pose fine alla dura battaglia.
Il 2 giugno il re Alfonso D’Aragona entrò in Napoli da vittorioso e volle recarsi al Carmine per venerare il Crocifisso miracoloso e riparare così l’ingrato gesto del fratello minore, a cui fece dedicare un’importante tabernacolo.

«(..seguendo la Domenica ad hora del Vespro, il Rè con grandissimo trionfo se n’entrò nella Venerabile Chiesa del Carmine per vedere il miracolo del Santissimo Crocifisso, à cui s’adorò divotamente, Lui l’Illustrissimo Indico d’Avololos gran Siniscalco del Regno suo Germano e altri due de’ Magnati, che assisterono al Rè, con grande ossequio l’additorno il luogo da dove era venuta la palla della bombarda. (…)» esposto dal P. Filocalo Caputo nel suo volume “Il Monte Carmelo” 4 ed., Napoli 1683.

Il tabernacolo fu eretto dopo la morte di re Alfonso, che accolse il 26 dicembre del 1459 l’immagine sacra del Crocifisso; da allora ogni anno nel giorno della «svelazione» il 26 dicembre viene esposta al pubblico il famoso Crocifisso, per 8 giorni fino al 2 gennaio.
La stessa cerimonia si presenta il primo sabato della Quaresima per ricordare lo scampato pericolo della terribile tempesta che si abbatté su Napoli nel 1676, che risparmiò la città dalla minaccia (secondo la leggenda popolare) grazie all’intercessione del Crocifisso.

E’ nota la devozione del Mercoledì, istituito da re Federico D’Aragona reggente di Napoli, a seguito della processione del Crocifisso e della Madonna Bruna a Roma, in occasione dell’Anno Santo. Il mercoledì è dedicato ai malati e agli infermi per chiedere alla Madonna, grazie ed intercessioni speciali.

L’ultimo giorno di Masaniello: una lapide commemorativa nella Chiesa del Carmine

All’interno della Chiesa del Carmine vi è anche un personaggio tanto illustre: il celebre Masaniello, la cui «rivolta» azionò il principio dell’insofferenza del popolo napoletano contro il governo vicereale spagnolo.

In occasione della festa del Carmine il 16 luglio del 1647, Tommaso Aniello detto Masaniello trovò la sua morte, tradito dallo stesso popolo che giorni prima l’aveva portato in trionfo come un vero eroe. L’episodio si riferisce alle ultime ore di Masaniello, il quale accusato di pazzia e di tradimento tentò di difendersi e di scagionarsi dalle dicerie del popolo. Sentendosi minacciato si rifugiò nella Chiesa del Carmine dove interruppe la messa in onore della Madonna del Carmelo; salì sul pulpito dove tenne il suo ultimo discorso, si denudò e fu deriso da tutti. L’Arcivescovo per placarlo lo accompagnandolo nelle celle del Convento ma qui venne raggiunto da quattro Capitani delle ottine (corrotti dagli spagnoli) che fidandosi di voci amiche, aprì la cella e fu freddato all’istante con colpi di archibugi. Il corpo fu decapitato e trascinato per strada e scaraventato fra Porta del Carmine e Porta Nolana mentre la testa fu portata al viceré come prova della sua uccisione.

A seguito della morte di Masaniello, il popolo comprese quanti sforzi e cambiamenti aveva portato la sua piccola rivolta, insorta per migliorare le condizioni di vita del popolo; solo allora i napoletani si accorsero di lui e tentarono di ricomporre il suo corpo degnamente e restituirgli quel minimo di gratitudine che meritava.
Fu celebrato il funerale il 18 luglio del 1647 dalla Chiesa del Carmine con l’approvazione delle autorità reali; un lungo e commosso corteo per le vie del centro. Le sue spoglie mortali oggetto dell’idolatria popolare rimasero lì fino al 1799 ma durante la Rivoluzione napoletana, il suo corpo fu spostato. Col tempo il ricordo di Masaniello era flebile, quasi scomparso e solo negli anni sessanta del Novecento per opera dei padri carmelitani, furono deposte due targhe commemorative da tramandare ai posteri: una nel Convento e l’altra nella chiesa con su scritto «mendace riparazione di un delitto preordinato, il sepolcro di Masaniello qui era ma fu tolto per mire politiche di un dispotico sovrano nel 1799 durante la rivoluzione partenopea»

Curiosità: Sia Piazza del Carmine che la sua omonima chiesa basilicale hanno accolto, da secoli, le voci chiassose del popolo, le interminabili battaglie dei regnanti, le feste giocose della tradizione popolare e le atroci condanne dei più importanti personaggi storici del regno. Fra questi ricordiamo il supplizio del giovane e valoroso Corradino di Svevia, l’ultimo regnante del suo casato che venne decapitato (tradito da Giovanni Frangipane) in piazza il 29 Ottobre nel 1268 da Carlo D’Angiò. Una storia molto toccante, una lotta tra papato e impero descritta anche da Dante nella Divina Commedia nel XX canto del Purgatorio.
Le spoglie di Corradino riposano nella Chiesa del Carmine dove fu eretto secoli dopo, il nobile monumento funebre per volere di Massimiliano II di Baviera che lo onorò degnamente. Ogni anno nel giorno dell’anniversario della morte, nella Chiesa del Carmine, si celebra la messa a suffragio in suo onore.
E pensare che Hitler pretendeva il ritorno in Germania delle sue spoglie nel 1943 ossessionato dell’occulto e dall’esoterismo deciso a plasmare il suo «Pantheon degli Imperatori». Grazie all’intervento tempestivo dei frati carmelitani che riuscirono a coprire bene la lapide con grossi tappeti, i soldati delle SS furono sviati sulla tomba e non riuscirono a trafugare nulla dell’agognato bottino. Corradino è nostro! 

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