Il Sebeto, il fiume dimenticato.

Grande Napoli

La città  di Napoli ha da sempre uno stretto rapporto con l’acqua. Un legame misterioso, certamente alimentato dalla sua posizione avanzata sulla costa, così come dai suoi corsi d’acqua interni. Alcuni di questi scorrevano sotterranei, altri addirittura erano navigabili, come il fiume che scorreva nella zona orientale, scomparso intorno al XIV secolo.

Il Sebeto, scendendo dal monte Somma, attraversava le campagne di Casalnuovo, Volla, Ponticelli per dividersi a Napoli in due rami, uno sfociante al Ponte della Maddalena, l’altro alle falde della collina di Pizzofalcone, nei pressi dell’isolotto di Megaride, dove s’insediò il primitivo porto di Partenope. L’etimologia del nome resta oscura; il fiume aveva le sue sorgenti alle falde del Vesuvio, una volta ricco d’acqua e pescoso. Con il volger dei secoli subì varie modifiche nel suo percorso, dovute alle eruzioni del Vesuvio ed ai movimenti tellurici.

Al corso d’acqua la Città  di Napoli dedicò un culto, un importante testimonianza sull’esistenza del Sebeto è l’epigrafia. Durante i lavori di scavo nelle mura della città , presso la Porta del Mercato, fu rinvenuta un’epigrafe su marmo dell’età  imperiale, raffigurante un tempietto in onore del Sebeto, costruito forse per riconfermare il culto dell’antico dio Sebeto. Su quest’epigrafe, si leggeva: P. Mevius Eufychus aedicolam restituit Sebetho cioè P. Mevio Eutico ha riconsacrato un sacello al Sebeto, ma il fiume deve la sua rinomanza alle celebrazioni di poeti quali L. Giunio Columella e Papinio Stazio, oltre a Virgilio che ce lo tramandò con il nome di “Sebthide Ninpha” nel VII libro dell’Eneide.

Chiamato in origine Rubeolo, questo fiume a partire dal periodo umanistico ebbe per intervento di Boccaccio, Pontano e Sannazzaro il nome con cui oggi è ancora conosciuto. La sua origine, ancora avvolta dalla leggenda, narra dello stretto rapporto tra acqua e fuoco che da sempre caratterizza la vita della terra e in particolar modo questa zona. Un mito affascinante che racconta il legame degli uomini con le forze della natura. La leggenda riporta che sulla spiaggia Vesevo e Sebeto si incontravano, il primo sputando torrenti di fuoco, l’altro frantumando sassi e trascinandoli in mare. Quando sfiniti dalla battaglia, i due giganti si riposavano, fioriva la vita su quello che era stato il loro campo di battaglia. Nell’alternarsi di queste fasi giunsero allora i primi coloni.
Questi primi abitanti onoravano e rispettavano le due divinità , vivendo come spettatori delle loro lotte per conquistare la bellissima ninfa Leucopetra, figlia di Nettuno. Solo con il passare dei secoli, a seguito dell’interramento di Sebeto e del lungo silenzio di Vesevo la memoria della loro forte presenza andò scomparendo.

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Un’altra affascinante leggenda narra del grande amore, coronato dal matrimonio, tra Sebeto, ricco signore che abitava una rigogliosa campagna nei pressi di Napoli e Megara. Il loro idillio purtroppo durò poco poichè Megara morì, durante una passeggiata fra le acque del golfo. Spintasi troppo vicino alla costa Platamonia, dove il mare è sempre tempestoso, divenne preda delle acque ed annegò, trasformandosi in scoglio. Appresa la terribile notizia, Sebeto si sciolse in amare lacrime diventando acqua, per gettarsi nel mare dove Megara era morta. Nell’attesa che il Sebeto risorga da quel limbo in cui è stato sepolto, il popolo partenopeo può ammirarne le effigie custodite in alcuni angoli di Napoli. Ancor’oggi la città  conserva gelosamente nella propria architettura e nei simboli religiosi i resti del glorioso passato di questo fiume la cui storia si perde in un labirinto di miti e realtà .

A pochi passi da Santa Maria del Porto, presso il Largo Sermoneta, si trova la Fontana del Sebeto che rappresenta allegoricamente il mitico fiume che lambiva Neapolis. Fu il vicerè Fonseca a volerla nel 1635, affidandone il progetto all’architetto Cosimo Fanzago. Il Sebeto viene rappresentato come un vecchio dalla barba fluente in posizione adagiata su una conchiglia tra due obelischi. Affiancate figurano peraltro le sculture di due tritoni portatori delle buccine (piccoli vasi) da cui sgorga l’acqua. La fontana è riccamente decorata; in alto, sull’arco, vi sono una lapide e gli stemmi di vicerè, città  e re. Per qualche secolo la fontana trovò luogo dappresso alla statua del gigante, sita in Largo di Palazzo (attuale via Cesario Console), ma in seguito subì numerose ricollocazioni: solo nel 1903 fu sistemata in via Partenope ed infine a Largo Sermoneta, dove tutt’oggi è possibile ammirarla.

Numerose altre storie si riferiscono alla storia Sebeto. Una antica voce di popolo narra che nel 1799 un ufficiale russo, passando sul “Ponte della Maddalena”, ove “in illo tempore” scorreva il vecchio Sebeto, si meravigliasse della grandezza del ponte medesimo, rispetto alla scarsa acqua che vi scorreva al di sotto. Questo luogo era in origine chiamato “Territorium Plagiense Parte Foris Fluvium” mentre il ponte era conosciuto come “Pons Padulis” o “Guizzardo” poichè costruito da Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia, che assediò la Città  di Napoli nel 1078. Dopo molte peripezie questo ponte (quasi distrutto) fu ricostruito nel 1556 per ordine del Vicerè di Napoli Ferdinando Alvares de Toledo e chiamato da allora “Ponte della Maddalena”. Infine fu Carlo III nel 1747 a farlo abbassare per consentire il passaggio dei veicoli.

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Il ponte della Maddalena conta ben cinque arcate, con una centrale di maggiore ampiezza, tutte riportate alla luce grazie ad un recente intervento di restauro. Sul ponte, in corrispondenza dell’arcata centrale, si trovano due antiche edicole sacre dalla forma simile; costruite in piperno, sono costituite di due colonne in marmo bianco che sorreggono il frontone triangolare. Una delle due fu realizzata dopo l’eruzione del Vesuvio nel 1777, per contenere la statua di marmo di S. Gennaro, opera dello scultore napoletano Francesco Celebrano; l’altra custodisce invece la statua in marmo di S. Giovanni Nepomuceno, protettore dei ponti, di autore ignoto. Oggigiorno l’edicola di S. Gennaro è rimasta libera, mentre l’altra speculare risulta inglobata nella facciata di una recente costruzione. Attualmente il ponte nonostante la presenza delle due edicole sacre è scarsamente riconoscibile anche perchè il fiume Sebeto, con tutte le sue misteriose leggende, è ormai da tempo coperto.

Articolo scritto dall’Arch. Mario Chirico



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