I Normanni da Re Ruggiero a Tancredi

Grande Napoli
I Normanni da Re Ruggiero a Tancredi
3.5 (70%) 2 votes

I Normanni da Re Ruggiero a Tancredi

3.5 (70%) 2 votes


Nell’anno mille il ducato di Napoli, nato quattro secoli prima con Belisario e Stefano II, intratteneva formali legami con Bisanzio, destreggiandosi abilmente tra Bizantini, Arabi e Longobardi per mantenere la propria autonomia. Autonomia acquisita pienamente nell’anno 849 quando il duca Sergio, discendente di una antica nobile famiglia, ordinò al figlio Cesario di debellare la piaga delle incursioni saracene che imperversavano lungo le coste meridionali sino ad arrivare nel golfo di Napoli e sul litorale romano.

Agli albori dell’ XI sec., i giorni del ducato erano finiti. La pressione Longobarda aumentava di intensità , tanto che per liberarsene il duca Sergio IV doveva reclutare nel 1027 una schiera di normanni. Per compensare gli astuti avventurieri, il duca concesse loro uno spazio di terra nella località  di Aversa, così ribattezzata dai guerrieri normanni perchè ostile. Piantato il cuneo in Campania, i normanni si allargarono a macchia d’olio, assalendo la città  di Napoli già  nel 1077 sia dal mare che via terra. La resistenza dei napoletani si rivelò però determinante, non solo impedendo agli invasori di espugnare alcune torri e parte delle mura della città , ma persino, con audace mossa, sbaragliando la flotta normanna, costretta alla fuga dalle navi partenopee. Nello stesso tempo un manipolo di cavalieri travolse le linee nemiche, distruggendo una sorta di castello in legno costruito dagli assediatori. Nel 1078, la morte di Riccardo d’Aversa, caduto ai piedi delle mura di Napoli, pose fine all’assedio.

Napoli restava pertanto libera, diventando uno dei principali centri della resistenza antinormanna.
Ma la storia è ben lungi dalla conclusione. La potenza normanna, guidata da Ruggiero II incoronato re di Sicilia nel 1130, si abbattè sulla città  di Napoli con altri due assedi: il primo, nel 1134 dal mare, quando la flotta normanna fu costretta alla ritirata; il secondo dalla terra ferma, durante il quale i normanni misero a ferro e fuoco i sobborghi di Napoli, saccheggiando abitazioni e raccolti, causando una dura carestia che decimò la popolazione. Il numero dei difensori di patria napoletana si assottigliò fino a poche centinaia sebbene nessuno di questi, nè il duca Sergio VII accettò mai di arrendersi. Nel 1137 alla morte del duca, ascese al potere l’arcivescovo Marino, che circa due anni più tardi, decise di porre fine alle sofferenze del popolo napoletano, avviando una risoluzione diplomatica del conflitto normanno-partenopeo.
Nel 1140, a seguito dell’accordo sancito a Benevento, Ruggiero II (I in qualità  di re di Napoli) entrava nella città  da Porta Capuana, accolto dai cavalieri napoletani e dai rappresentanti del clero, mettendo fine, di fatto alla storia del ducato autonomo per dare inizio al Regno di Napoli.
Il sovrano normanno si innamorò della città  di Napoli e volle subito stabilirvisi. Scelse il Castel dell’Ovo come residenza provvisoria, ordinando per prima cosa la misurazione delle mura e delle torri che avevano impedito la conquista della città  con le armi. Si deve a Ruggiero I la costruzione del Campanile di S. Maria Maggiore, peraltro unica testimonianza storica del suo regno.

Ruggiero volle da subito rinsaldare il legame con i membri dell’aristocrazia, ciò che fece garantendo loro la funzione amministrativa e donando a ciascun cavaliere cinque moggi di terra: così ebbe inizio il feudalesimo a Napoli. Ruggiero si rivelò un sovrano saggio, capace di imprimere al Regno un’organizzazione unitaria, che ebbe però l’infausto merito di interrompere il processo evolutivo del libero comune, l’istituzione che nell’Italia settentrionale si rivelerà  determinante per la nascita di quel nuovo ceto medio, veicolo dello sviluppo economico.

La pesante dominazione straniera stronca gli ultimi fermenti civili. Nella lotta tra Monarchia e Baroni, la borghesia napoletana non trova un ruolo ben definito, nonostante i traffici economici siano in fase incrementale. Il 26 febbraio 1154 Ruggiero moriva, lasciando il trono a suo figlio Guglielmo I detto “il Malo”. Il nuovo sovrano, un uomo dalla personalità  instabile, a tratti perversa, si macchiò di atti feroci, alternandoli ad altri di estrema tolleranza. Furono anni difficili per la città  di Napoli, durante i quali germinava già  una latente opposizione da parte dei “mediani” (il ceto medio comprendente i mercanti, gli artigiani e il clero) e dei baroni. La pressione fiscale andava facendosi insostenibile mentre il potere sovrano, esercitato dal campolazzo Maiano da Bari, non sembrava aperto a distensioni di sorta. Le rivolte armate, entrambe sedate, scoppiarono già  nel 1155 e nel 1160, arrecando ingenti danni al Regno.

Agli inizi del 1166 Guglielmo si ammalò e morì in seguito a complicazioni. A lui si deve la costruzione di Castel Captano, oggi Castel Capuano, monumentale testimonianza del suo passaggio. Con la morte di Guglielmo “il Malo” la corona passava sul capo di un fanciullo di 13 anni, Guglielmo II ricordato come “il Buono”. In attesa che il giovinetto compisse la maggiore età  (nel 1172), sua madre, Margherita di Navarra, fu nominata reggente ad interim. Nel 1177 Guglielmo II sposò Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra. Nel 1186 vi furono le nozze tra la zia del re, Costanza, e il figlio ed erede dell’imperatore Federico Barbarossa, il futuro Enrico VI. Nozze destinate a pesare molto sul Regno. Pochi anni dopo, mentre Gerusalemme cadeva di nuovo in mano ai mussulmani, Gugliemo II moriva giovanissimo, privo di eredi.

Il Regno veniva così ereditato dalla più prossima parente, Costanza, sposa di Enrico VI. L’esercito dell’Hohernstaufer si mosse dalla Germania per prendere possesso dei territori del Meridione. La nobiltà  normanna si divise allora in due schieramenti: il primo, favorevole al passaggio del reame agli Svevi, capeggiato da Ruggero, conte di Andria. Il secondo schieramento, contrario, era capeggiato da Tancredi di Lecce, che nel 1184 aveva sposato Sibilla d’Aquino. Prevalse quest’ultimo e nel 1190 fu nominato re.

Primo pensiero del nuovo re fu di comporre il dissidio tra Cristiani e Saraceni scoppiato alla morte di Guglielmo; poi volse l’animo a sottomettere quei baroni d’oltre il Faro che non volevano riconoscerlo, fra i quali era il conte RUGGERO D’ ANDRIA, pronipote di Drogone, che, preso ad Ascoli a tradimento dal CONTE D’ACERRA, cognato del re, fu ucciso. Era intento Tancredi a sottomettere i baroni ribelli
quando a dargli infinite tribolazioni venne il cognato di Guglielmo, RICCARDO I re d’INGHILTERRA, che doveva riunirsi a Messina con FILIPPO II di Francia per continuare con lui la spedizione in comune, era giunto in Sicilia, dove spalleggiato da un formidabile esercito, occupò una posizione molto importante e minacciosa un po’ per tutti, appunto perchè nessuno sapeva comprendere quale fosse lo scopo prefissosi dal re inglese.

Lui era fratello di GIOVANNA, la vedova di Guglielmo II, e prese il pretesto di proteggere i diritti di quella e si ingerì in modo arbitrario ed egoistico negli affari del regno, che già  si stava invece preparando a sostenere una lotta per la propria indipendenza. Con tutta l’astuzia e la prepotenza, propria del carattere normanno, egli sfruttò l’imbarazzo di Tancredi di Lecce, appena elevato al trono. Come un conquistatore lui si stabilì a Messina, attizzando e provocando, con ostilità  gratuite e arbitrarie l’odio della popolazione scontenta sempre di qualcosa, sperando che uno scoppio del risentimento popolare, appoggiandolo, gli avrebbe dato poi diritto e motivo di passare ad altre misure violente. Con tali condotta Riccardo mise talmente alle strette il nuovo re, da indurlo ad appagare tutte le sue esigenze, pur di essere al riparo da pretestuose pilotate ribellioni e di liberarsi al più presto possibile dell’ospite pericoloso.

Ma il trattato che Tancredi si rassegnò a firmare l’11 di novembre del 1190, non raggiunse lo scopo voluto; anche se Tancredi era stato incoraggiato alla resistenza dal re di Francia la quale però personalmente non volle porgere alcun aiuto. Pace ed amicizia dovevano, secondo quel trattato, regnare da allora in poi tra i due re, e Riccardo si dichiarava pronto, finchè rimanesse in terra siciliana, a difendere il suo protetto, Tancredi, contro chiunque aggredisse la Sicilia o movesse guerra al suo re; tuttavia quest’ultimo si vedeva costretto a pagare quell’amicizia e quelle promesse con sacrifici assolutamente sproporzionati ai suoi mezzi. Per soddisfare l’ingordigia del malaugurato protettore, che appoggiava le sue pretese a certi titoli legali, Guglielmo dovette sborsare in complesso quasi cinque milioni di marchi, somma per quel tempo enorme, e che dimostra come tutto ciò che si narrava intorno alle ricchezze dei re normanni non era appunto una favola (Prutz)”. Le truppe di Enrico VI erano, intanto, giunte ai confini del reame. Nonostante i malumori dei Napoletani, in quanto gran parte delle loro ricchezze erano state dirottare a Monreale per la costruzione della cattedrale, la città  partenopea assunse il ruolo di prima e inviolabile roccaforte a difesa del Regno, sotto la guida di Riccardo di Acerra. L’esercito di Enrico VI, nonostante una manifesta superiorità  numerica, non riuscì di fatto ad espugnare Napoli e per ben due volte fu costretto a ritirarsi, nell’agosto del 1191 e nel luglio del 1193. Era da poco tornato in Sicilia, quando, sul finire del 1193, una grande sventura si abbattè sul suo capo: moriva Ruggero, suo amatissimo primogenito, che era stato dal padre associato al regno ed aveva preso in sposa la bella e giovane Irene, figlia dell’imperatore ANGELO ISACCO di Costantinopoli. Tancredi, che provvide subito alla successione eleggendo il secondogenito Guglielmo III, ancora fanciullo, ma non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio e, ammalatosi, cessò di vivere anche lui non molti giorni dopo, il 20 febbraio del 1194, lasciando la tutela dell’erede alla regina Sibilla. Alcuni storici affermano che furono i costumi troppo rilassanti della corte Normanna a impedire che i Palermitani reagissero, perchè sembra impossibile la scomparsa di quel potente esercito che esisteva all’epoca di Ruggero II.

Nello sfarzo dei palazzi, vestiti quasi sempre in pompa magna, nei rituali e anche in banalissime celebrazioni, i normanni adottarono contemporaneamente il cerimoniale Bizantino, la magnificenza dell’oriente Saraceno e i riti della cavalleria occidentale. I reali furono contagiati dal lusso; e questa moda fu subito imitata dai nobili della corte, poi dai comandi militari che lo trasmisero perfino ai soldati con le loro sgargianti uniformi saracene, e tutto iniziò a degenerare diremmo oggi “nell’edonismo” un po’ troppo arrogante, da “parata”, e che a poco a poco indebolirono le energie e minarono la loro dignità ; e anche l’eccessivo eclettismo – vissuto e concesso a piene mani – si trasformò in una funesta influenza: quella che fece aprire quest’anno ad altri palermitani -esclusi da questa agiatezza- le porte ad Enrico VI, e ad ignorare in un angolo l’ultimo re normanno. Tuttavia solo l’anno successivo Re Tancredi morì lasciando erede un fanciullo di pochi anni: Guglielmo III.

Ma all’arrivo di Enrico VI, che muoveva, nel frattempo, con il suo esercito dalla germania, giunto in Italia esiliò sia il piccolo Guglielmo III che sua madre Sibilla in Germania. Così si esaurisce la favola normanna e si apre un nuovo capitolo del Regno e di Napoli.

Articolo scritto dall’Arch. Mario Chirico



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caricando...
Menu