Fare il giro dell’obelisco di piazza del Gesù.

Grande Napoli
Fare il giro dell’obelisco di piazza del Gesù.
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Che questa piazza trasudi pensieri lo si sente già  arrivandoci. Salendo da sotto, per via Calata Trinità  Maggiore, ci si troverà  davanti l’imponente obelisco dell’Immacolatella, appoggiato su uno sfondo di nero bugnato. Piccole punte di diamante che vengono fuori dalla facciata: una storia conosciuta e una storia nascosta, una raccontata sulle pagine dei libri, l’altra custodita sulla fronte di marmo del palazzo puntuto. Basta fissarla per qualche istante questa facciata del Gesù che Novello da San Lucano realizzò nel 1470, e come per magia lascerà  emergere segni su segni, graffiti incomprensibili. Qualcuno racconta massoneria, qualcun altro dice essoterismo. Pare comunque che la città  sia interamente tatuata di queste antiche rune. Qui è la sua anima indecifrabile e misterica, quella che affascina e tormenta fino a perdersi, quella bifronte che terrorizza e lascia senza fiato. A ogni lato illuminato ne corrisponde uno nero e la Madonna sull’obelisco a mezzo giro fatto diventa una figura di morte con falce e cappuccio, l’immagine s’imprime nella memoria.

Come un flusso sanguigno qualcosa di incomprensibile si muove tra questi vicoli. Troppo sangue che bolle, troppo ventre che rigurgita. Impossibile da ignorare. Memento mori, Napoli ne è piena: segni e simboli ricordano che la vita è caduca o solo che lontano da questa città  il mondo muore? Il pieno e il vuoto, il dentro e il fuori, la contraddizione con cui è intessuto ogni nervo. Vorrebbe forse ricordarci che non esiste un Paradiso senza diavoli, che la legge della natura è uguale o contraria? Due forze che si equilibrano, o che alterne cedono l’un l’altra. Spaccanapoli è il respiro che manca altrove. Un po’ roco, scuro, che a tratti tossisce, ma che non perde mai il soffio vitale.

Impresso sul retro delle diecimila lire dell’86, il bugnato ha fatto il giro d’Italia portandosi dietro la strana storia di maledizione legata ai Sanseverino. Pipernieri, alchimisti, tagliapietre napoletani con sapienze esoteriche, avrebbero per errore invertito le posizioni delle pietre cariandole di energia negativa e condannando la famiglia ad un tragico destino. Da Antonello, capo della congiura dei baroni, a quel Ferrante marito di Isabella, con la quale condivise una giovinezza colta e felice, allievi del Tasso e dell’Aretino, destinati a una fine infelice perché convinti oppositori dell’Inquisizione spagnola e per questo nemici del più noto dei viceré spagnoli, Don Pedro da Toledo.

E poco importa se le pietre da collocare si debbano comunque segnare i qualche modo e se le punte sono marmi  e no piramidi capovolte: questa storia di mistero ben si lega a questa piazza e l’idea che il palazzo sia diventato nel 1584 una splendida chiesa barocca, con gesuiti tormentati, prima cacciati e poi rientrati, è solo un dettaglio in più. Tutto oltre questa facciata, come dice il Pontano, “altiera e rara” tanto che “difficilmente occhio vi giunge”.



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