Al Bellini in scena “Il giocatore” di Dostoevskij nel “sogno” di Gabriele Russo

Valentina Cosentino
Al Bellini in scena “Il giocatore” di Dostoevskij nel “sogno” di Gabriele Russo
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Per poter parlare de “Il giocatore” di Fedor Dostoevskij, in scena al teatro Bellini fino al 26 marzo con la regia di Gabriele Russo, bisogna partire dall’ultima scena. 

E’ questa una scena che non si aspetta. La parola passa inaspettatamente ad Anna Grigor’evna che si rivolge direttamente al pubblico, per raccontare la sua di storia, dopo aver ascoltato per tutto lo spettacolo il suo “Fedor” che le dettava il romanzo. 

Ed é in queste sue pochissime battute finali che si percepisce tutta la forza del testo. È quest’ultima scena che fa arrivare dritto allo spettatore il dramma di Aleksej, protagonista de Il giocatore, e di Dostoevskij stesso.

Ma facciamo un passo indietro. 

Gabriele Russo chiude, con questa regia, la triade sulla libertà prodotta dal Teatro Bellini, iniziata con Arancia Meccanica e continuata con Qualcuno volò sul nido del cuculo, mettendo in scena uno dei romanzi più interessanti  di Fedor Dostoevskij  nell’adattamento teatrale di Vitaliano Trevisan.

Il testo viaggia su due livelli narrativi: da un lato la storia racconta nel romanzo, con protagonista il giovane precettore Aleksej e del mondo di nobili russi decaduti che gli ruota attorno, mondo del tutto privo di qualsiasi valore morale o passione o interesse se non quello del gioco; dall’altro la storia stessa della scrittura del romanzo, in un alternarsi dei due protagonisti (Aleksej/Dostoevskij e Polina/Anna Grigor’evna) tra il reale, la storia Dostoevskij, appunto, che scrisse in soli 28 giorni il romanzo con l’ausilio di una assistente stenografa che finì poi per sposare, e il romanzo . 

Daniele Russo, nei panni di Aleksej/Dostoevskij, e Camilla Semino Favro nei panni di Polina/Anna Grigor’evna, nonostante il ritmo elevato dello spettacolo, non sempre sono ben armonizzati tra loro e lo stacco tra i due livelli narrativi non sempre è netto. La soluzione scelta, per quanto non originale, è di base interessante, ma talora i movimenti scenici, l’uso degli oggetti di scena e la recitazione, che non dà una distinzione netta tra i due momenti della narrazione, non riescono a rendere pienamente la dimensione reale del dramma, sopratutto se si considera che l’autore stesso era fortemente dipendente dal gioco quando scrisse il  romanzo. A volte i due piani narrativi si confondono e, pur non generando confusione nello spettatore, si ha l’impressione di un’occasione sprecata che poteva amplificare ancor di più l’emozione e la partecipazione emotiva dello spettatore al dramma. In tal senso sarebbe interessante, ad esempio, considerare la possibilità di una maggiore interazione tra livello teatrale e quello metateatrale, che al momento sembra fungere da semplice espediente narrativo per riassumere momenti del romanzo non diversamente rappresentabili.

Particolarmente  interessante è, invece, quello che Gabriele Russo considera, così come dichiarato in conferenza stampa, il livello onirico, quello in cui si consuma il dramma del casinó.  Qui la potenza del testo emerge in maniera netta grazie anche alle scene di Roberto Crea e al disegno luci di Salvatore Palladino che prendono lo spettatore per catapultarlo letteralmente nel vortice della roulette. 

Bravi Marcello Romolo, nei panni del Generale, e Paola Sambo, in quelli della Baboulinka; tutti gli altri attori, tra cui lo stesso Daniele Russo, già visti ed apprezzati in altri ruoli, per quanto potenti e carismatici e in scena con un buon ritmo, sono un po’ al di sotto delle loro reali potenzialità.

Se un appunto si può fare, nella generale necessità di una messa a punto generale dagli stacchi delle musiche ai cambi di scena, è che forse mancava la percezione del mondo di Dostoevskij. I personaggi sono tirati fuori dal tempo e dallo spazio, forse per una precisa scelta registica, ma per chi ama la Russia dell’ottocento così come decritta dai grandi russi, come è Dostoevskij, appare più come una mancanza che come un punto di forza, ma questa é solo una questione di gusto personale. 

Uno spettacolo, dunque, con molti meriti, ma che con qualche piccolo accorgimento può diventare un vero capolavoro.



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