La rivisitazione contemporanea delle Troiane di Euripide tra maschere e follia

Rappresentata per la prima volta nel 415 a.C., la tragedia di Euripide continua ad andare in scena ancora oggi, risultando sempre attuale grazie alle tematiche affrontate, come la guerra, lo sradicamento e l’ipocrisia delle convenzioni sociali. La storia si sviluppa successivamente alla caduta di Troia ed è incentrata sulle donne che vengono assegnate come schiave ai vincitori: Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo e l’anziana regina Ecuba a Odisseo. I registi russi Valery Fokin e Nikolay Roshchin scelgono un cast tutto italiano, tra cui i giovani attori della Scuola del Teatro Stabile di Napoli, per dar vita ad un adattamento in chiave contemporanea di un dramma senza tempo.

Una rivisitazione con echi pirandelliani

La guerra di cui parla Euripide è lontana dalle guerre dei nostri giorni, che superano per viltà e crudeltà quelle del mondo antico. Coraggio e amor patrio, un tempo valori fondamentali, lasciano spazio al cinismo di persone che si uccidono ma «che vogliono rimanere nei limiti del comportamento civile e a questo scopo indossano a fatica le maschere della tolleranza». Ed è così che achei e troiane prendono posto allo stesso tavolo, banchettando e ridendo come se niente fosse, «aggrappandosi in modo maniacale alla vita normale, cadendo in uno stato che li distrugge e li svuota interiormente per sempre». Dietro la maschera indossata dai personaggi si cela una profonda sofferenza che irrompe nei momenti di pausa dalla normalità, svelando il dolore sotto forma di invasamento e di follia, con richiami pirandelliani.

Un allestimento scenico innovativo 

La rappresentazione è sconcertante: fin dal principio lo spettatore si ritrova calato nel contesto scenico data l’assenza della quarta parete, il “muro” immaginario attraverso il quale il pubblico osserva l’azione che si svolge sul palcoscenico. Gli attori entrano in scena direttamente dal corridoio centrale, con una mesta marcia in cui all’atteggiamento borioso dei soldati argivi si contrappone il volto segnato dal dolore delle schiave troiane, vittime dell’aggressività dei vincitori. Di forte impatto è l’impianto scenografico firmato dallo stesso Nikolay Roshchin, che non si sforza di celare la finzione scenica, svelando tutti gli strumenti che solitamente si trovano dietro le quinte (impalcature, cavi, luci, camera), come a denunciare che, in fondo, non c’è grande differenza tra la recitazione teatrale e l’atteggiamento ipocrita della società odierna. Suggestiva la scelta di posizionare uno schermo al centro della scena, sovrastante i personaggi, con i primi piani degli attori ripresi in diretta, in modo da coglierne in maniera più dettagliata le espressioni facciali, gli sguardi (particolarmente penetrante quello dell’invasata Cassandra, interpretata da un’ispirata Autilia Ranieri) e i volti corrugati in preda al pathos recitativo.

Sradicamento e desiderio di libertà

Degna di nota la magistrale interpretazione di Angela Pagano nei panni di Ecuba, la regina troiana che assiste inerme alla morte dei suoi figli e al tramonto del suo regno un tempo glorioso, alternando momenti di passiva rassegnazione ad atteggiamenti di orgogliosa fierezza. Molto incisiva l’attrice Giovanna Di Rauso nel ruolo di Andromaca, sposa del valoroso Ettore e madre del piccolo Astianatte, gettato dalle mura di Troia affinché la stirpe di Priamo non avesse discendenza. Dal monologo di Andromaca emerge il tema dello sradicamento, della mancanza di radici e di legami affettivi che vengono bruscamente recisi, provocando un senso di straniamento che sfocia nella pazzia come forma di libertà dalle catene della schiavitù. Ed è così che le troiane vanno incontro alla morte, sparate alla schiena dagli achei in un momento inaspettato e shoccante: il sipario si “chiude” con i corpi delle donne riversi sul tavolo dove si era svolta la farsa del banchetto, con il grido di libertà ancora vivo sulle loro labbra.

La tragedia è una produzione del Teatro Stabile di Napoli, in collaborazione con il Teatro Alexandrinsky di San Pietroburgo. A detta dei registi, l’esperienza napoletana è stata piuttosto insolita, «perché gli interpreti con cui abbiamo lavorato hanno alle spalle un diverso background che ha conferito alla rappresentazione un carattere sperimentale, rendendo il processo creativo più interessante».

    



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